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Blog di Tiziano Motti: Una Vita più Sana

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L’UE tutela i consumatori dagli inganni dei claims alimentari

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Negli ultimi tempi spopolano i prodotti “che fanno bene alla salute”. Essi sono principalmente di due tipi: i cibi “light”, che garantiscono un basso apporto calorico, e quelli “curativi”, come, ad esempio, gli alimenti che riducono il colesterolo, o che contengono specifiche vitamine e altri elementi utili al rafforzamento dell’organismo.
Le pubblicità di questi prodotti ingannano il consumatore, perché gli promettono dimagrimenti miracolosi e guarigioni lampo dai suoi disturbi di salute.

Per questo motivo, nel 2006, l’Unione europea ha istituito un regolamento al riguardo, che comprende anche un elenco dei “claims” consentiti, ovvero delle indicazioni e informazioni relative ad un prodotto. I claims nutrizionali permessi – che illustrano la composizione nutrizionale di un alimento – sono, ad esempio, le diciture “povero di grassi”, “senza zuccheri aggiunti”, e “ricco di fibre”. Per quanto concerne i claims salutistici – che indicano la relazione tra un cibo e un effetto fisiologico positivo sulla salute del consumatore – le aziende possono utilizzarli solo se presentano dossier scientifici accurati che ne attestino la validità. Oltre a sottolineare che le indicazioni alimentari debbano essere veritiere e basate su dati scientifici, il Regolamento prescrive che non incoraggino il consumo eccessivo di certi prodotti, e non instillino nelle persone il dubbio che il mancato uso di un determinato alimento possa compromettere la loro salute.

Poiché le norme appena citate hanno il pesante limite di permettere l’utilizzo di indicazioni differenti in base alla nazione di produzione, lo scorso anno, la Commissione europea ha ideato un nuovo regolamento, il cui obiettivo principale è quello di istituire un modello di riferimento per i claims dei cibi. Tutte le aziende europee di prodotti e integratori alimentari sono obbligate a rispettare questi parametri, garantendo così una maggiore tutela ai consumatori europei. Si tratta di un cambiamento importante, ma che deve andare di pari passo con un rafforzamento delle norme sulle etichette alimentari, le quali, come ha sottolineato in numerose occasioni l’eurodeputato di Reggio Emilia Tiziano Motti, sono spesso illeggibili e imprecise e non informano adeguatamente il consumatore. Per questo motivo, e per la scarsità di informazioni sull’importanza delle etichette, la maggior parte delle persone effettua i propri acquisti al supermercato basandosi su altri criteri, quali la convenienza, l’aspetto della confezione o il messaggio trasmesso dalla pubblicità di un prodotto.

Le strategie di marketing delle industrie alimentari, infatti, inducono le persone a credere di acquistare alimenti salutari, leggeri, che apportano benessere all’organismo, ma che in realtà contengono meno nutrienti degli altri cibi, e sono prodotti con ingredienti più economici e meno sani; si utilizza, ad esempio, la margarina al posto del burro, l’aspartame al posto dello zucchero e gli addensanti al posto del caglio .
Si può, inoltre, facilmente dimostrare l’inefficacia del presunto potere dimagrante di certi alimenti, osservando quello che accade negli USA: i prodotti light sono enormemente diffusi, in questi stati, ma c’è anche un’altissima percentuale di persone affette da obesità, compresi molti bambini.

Il nocciolo dei problemi alimentari è situato in profondità, e deriva dallo stile di vita veicolata dalla nostra società, nella quale il modello “fast-food” non riguarda solo l’alimentazione, ma l’intera quotidianità. È, quindi, molto facile lasciarsi sedurre e convincere dai messaggi pubblicitari, che promettono di raggiungere il peso-forma e un’ottima salute in breve tempo e senza sforzi.
La scelta, invece, di delegare la nostra salute ai prodotti dell’industria alimentare ci allontana, purtroppo, dal metodo più naturale, efficace e duraturo per mantenerci in perfetta salute, che consiste nel prestare attenzione alle nostre abitudini e nello sviluppare la consapevolezza riguardo all’alimentazione.

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Agricoltura biologica e biodinamica: cibi vitali e naturali

agricoltura bioL’Unione europea ha recentemente riaperto il dibattito sui prodotti biologici e biodinamici, sempre più diffusi in Europa, proponendo agli Stati membri una nuova regolamentazione al riguardo. Si tratta di norme che, da una parte, rendono più severi i criteri che definiscono “green” un’azienda – al fine di acquisire maggiore fiducia da parte dei consumatori – e dall’altra, mirano a potenziare il biologico, incentivando le aziende “virtuose” .
L’Italia è al secondo posto nella produzione di alimenti bio in Europa, ma il loro consumo è nettamente inferiore a quello di altri cibi. Questo è dovuto, principalmente, alla scarsa informazione sui vantaggi di un’alimentazione più sana e naturale.

L’eurodeputato Tiziano Motti promuove, invece, la divulgazione delle informazioni sugli alimenti, che permetterebbero ai consumatori di scegliere con maggiore consapevolezza quello che mangiano. Motti è, inoltre, a favore di una rapida attuazione dei regolamenti promossi dall’Unione europea, in particolar modo quelli sulla trasparenza delle etichette alimentari, che garantirebbero ai cittadini la qualità bio del cibo acquistato.
Nel caos di etichette e certificazioni che identificano questo tipo di alimenti, si incontrano spesso i simboli dell’agricoltura biologica e di quella biodinamica, che si fondano sullo stesso principio. “Bios” significa “vita”, e questo indica, implicitamente, che biologico e biodinamico operano entrambi per proteggerla, sia essa intesa come vitalità e freschezza di un alimento, che come maggiore attenzione alla salute di chi lo mangia.
La differenza più rilevante tra le due consiste nel fatto che l’agricoltura biodinamica è più “ortodossa” per quanto concerne il metodo colturale.

L’agricoltura biodinamica nasce intorno al 1920, ad opera di Rudolf Steiner, che insegnò ad alcuni contadini, preoccupati dal crescente uso di sostanze chimiche in agricoltura, un metodo coltivativo atto a rendere più naturale la qualità dei loro prodotti.
Si tratta di procedimenti agricoli molto complessi, che implicano la rotazione delle colture, il rispetto del calendario lunare e planetario per la semina e la raccolta, e che fertilizzano il terreno con preparati biodinamici e concime organico, ricavato dagli animali da allevamento.
Pochi anni dopo la nascita del biodinamico, venne ideato il marchio Demeter, chiamato così in onore di Demetra, la dea della fertilità e della terra. Il simbolo si trova oggi nelle etichette di molti alimenti biodinamici, al fine di garantirne la qualità e di preservare la purezza della metodologia agricola steineriana.

L’agricoltura biologica si sviluppa più tardi, ovvero a partire dagli anni ’70/’80, sulla scia del trend di maggiore sostenibilità promosso dai paesi del nord Europa.
Il biologico persegue l’ideale di genuinità e di armonia con la natura dell’agricoltura biodinamica – dalla quale deriva – rivisitandolo in chiave moderna. Si propone, infatti, come alternativa alla diffusione delle colture che utilizzano prodotti chimici, degli OGM e delle monoculture, che impoveriscono il terreno.
La filosofia green del biologico e del biodinamico promuove la biodiversità, la quale, da sola, è  in grado di mantenere l’ecosistema in perfetto equilibrio. Gli elementi organici e minerali del terreno, i vegetali, e gli animali coinvolti nei processi agricoli operano insieme, seguendo tacite regole inscritte nella natura. Se l’azione dell’uomo non si inserisce armonicamente in questo contesto, ma, al contrario, lo altera, sfruttando eccessivamente il terreno ed avvelenandolo, l’equilibro ecosistemico si spezza, e ne risente la qualità dei prodotti agricoli.
Il consumatore che acquisterà prodotti biologici e biodinamici potrà verificare, con tutti e cinque i sensi, quale sia la vitalità di questi alimenti rispetto agli altri, e i vantaggi che essi apportano all’organismo.


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Lo zucchero nascosto nelle etichette alimentari

zuccheroLo zucchero è una delle sostanze più utilizzate nei cibi industriali. Se le etichette alimentari fossero più chiare e leggibili, i consumatori potrebbero verificare con i loro occhi la veridicità di questa informazione, ma purtroppo non è così.
Numerose aziende  produttrici nascondono la reale percentuale di zucchero contenuta negli alimenti, utilizzando strategie di marketing ben collaudate, e approfittando della generale disinformazione e inconsapevolezza alimentare. Molte persone, infatti, non sanno con esattezza come venga ottenuto lo zucchero contenuto negli alimenti, e quali effetti ne provochi l’assunzione, ma ne conoscono soltanto il potere dolcificante.
Le industrie alimentari utilizzano diversi tipi di zuccheri: bianco, di canna, fruttosio, glucosio, aspartame, xilitolo, il miele, stevia, melassa, ecc., ma il più usato è quello raffinato, che, tra l’altro, è anche il più conosciuto. Apprendere come si ottiene e quali siano le caratteristiche nutrizionali di questa sostanza è, dunque, fondamentale.

Lo zucchero bianco è il prodotto di un elaborato processo di raffinazione della canna o della barbabietola da zucchero, che gli toglie progressivamente le sostanze nutritive; nello stesso processo, al prodotto vengono inoltre aggiunte sostanze dannose per l’organismo, come il bario, l’anidride carbonica e l’anidride solforosa, quest’ultima utilizzata al solo scopo di fargli assumere il caratteristico colore bianco.
Durante la lavorazione, lo zucchero perde i nutrienti essenziali, in particolare il calcio; per questo motivo, cercherà di sottrarlo dal corpo, indebolendo, oltre ai denti e alle ossa, l’intero organismo, dato che questo elemento è responsabile del buon funzionamento del sistema immunitario. E’ proprio per questo motivo, oltre che per il suo alto apporto calorico e per i suoi effetti negativi sul tasso glicemico, che molti produttori cercano di mascherare la  presenza dello zucchero negli alimenti.

Durante una puntata delle trasmissione Vivere Meglio, l’eurodeputato Tiziano Motti è stato interpellato da uno spettatore che aveva notato alcune ambiguità nell’etichetta di un alimento. Motti ha spiegato che, alcune aziende, per occultare la quantità di zucchero presente in un alimento, ricorrono all’escamotage di elencare gli zuccheri singolarmente – ad esempio: saccarosio, glucosio, fruttosio – per non rivelarne la percentuale complessiva contenuta.
C’è dunque da chiedersi come ci si possa tutelare dagli inganni delle industrie alimentari.
Il primo strumento di difesa, che lo stesso onorevole del PPE ha sempre messo al primo posto nella sua attività politica e sociale, è l’informazione; per Motti uno dei diritti più importanti dei cittadini è poter conoscere e scegliere ciò che si mangia.
Un secondo passo verso la consapevolezza alimentare è, inoltre, quello di osservare con attenzione le etichette dei cibi, e di riflettere sui messaggi veicolati dalle pubblicità.

E’ di pochi mesi fa il caso di una famosa azienda produttrice di marmellate, che è stata multata per aver divulgato pubblicità ingannevole e informazioni non veritiere sulle etichette dei propri prodotti. Per quanto l’azienda in questione possa essere  considerata“virtuosa” proprio per il fatto di non utilizzare zucchero bianco, coloranti, additivi e altre sostanze dannose per l’organismo, a onor del vero bisogna dire che non è stata fino in fondo trasparente nei confronti dei consumatori; le etichette dei prodotti in questione, che riportavano la dicitura “senza zuccheri aggiunti”,  inducevano infatti  le persone a credere che i prodotti fossero dietetici o adatti ai diabetici, anche se non era così.
Secondo il Regolamento (CE) n. 1924/2006  del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, se un alimento contiene in natura zuccheri (come quelli della frutta), nella sua etichetta dovrebbe figurare la dicitura “contiene in natura zuccheri” , prescrizione che l’azienda non ha rispettato.
Il caso delle marmellate senza zuccheri aggiunti mostra quanto sia importante il potere dei messaggi trasmessi al consumatore, e lo invita, ancora una volta, a tenere gli occhi aperti.


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I tre alimenti che drogano il cervello

L’Unione Europea ha stanziato un finanziamento di 6 milioni di euro per il progetto NEUROFAST, che ha l’obiettivo di studiare la biologia del cervello nel contesto dei comportamenti alimentari, delle dipendenze ad essi connessi, e dello stress.
I ricercatori coinvolti nel progetto si sono concentrati sullo studio dell’area tegmentale ventrale del cervello (ATV), la quale ha un ruolo fondamentale nel cosiddetto “circuito di ricompensa”, il meccanismo che si attiva in presenza di sostanze, pensieri o emozioni che apportano una sensazione di benessere.  La stessa ATV sarebbe inoltre ampiamente responsabile delle nostre scelte alimentari e delle relative dipendenze.

Per evitare di dipendere da certi cibi, dobbiamo acquisire consapevolezza riguardo a ciò che compriamo e mangiamo, poiché le industrie alimentari non hanno certo a cuore la nostra salute, bensì le vendite.
La battaglia per i diritti alimentari, condotta da anni dall’onorevole Tiziano Motti, mette in luce proprio l’assenza di garanzie per i cittadini, i quali devono tutelarsi da soli, facendo attenzione a ciò che scelgono di acquistare. Basti pensare alle etichette alimentari che spesso sono volutamente imprecise, ambigue e scritte in caratteri illeggibili. Sta infatti solo all’intelligenza e all’intuizione di ciascuno, la decisione di acquistare o meno un prodotto sul quale non si hanno sufficienti informazioni.

Ma quali pericoli si nascondono dietro ai nostri acquisti al supermercato?
Le ricerche effettuate negli anni novanta dal medico e giurista David Kessler, ex dirigente della Food And Drug Administration e, più recentemente, dal premio Pulitzer Michael Moss, sono giunte alla stessa scoperta. Esistono tre “ingredienti killer della nostra salute”, contenuti in quantità più o meno elevate in quasi tutti i cibi acquistati: il sale, lo zucchero e il grasso.
Oltre a confermare le conseguenze più evidenti dell’eccessivo consumo di questi alimenti, come l’obesità dilagante, anche infantile, e il diabete di tipo 2, le ricerche di Kessler e Moss hanno svelato qualcosa di veramente inquietante. Sembra infatti che il sale, lo zucchero e il grasso stimolino ampiamente l’ATP, attivando il meccanismo neuronale di ricompensa ogni volta che li ingeriamo. Questo fa si che si crei un’immediata dipendenza da essi, che ci obbliga a volerne sempre di più, annullando il nostro reale desiderio di nutrimento.

Occorre osservare che i tre ingredienti, presi singolarmente, non scatenano l’effetto psicotropo, che è invece causato da altre variabili, debitamente studiate dalle industrie alimentari. Queste, infatti, spendono miliardi per poter creare il “prodotto perfetto”, che abbia un gusto e un aspetto  “familiare” per il consumatore, tali da indurlo all’acquisto e  successivamente “fidelizzarlo” .
Esistono alcuni esempi eclatanti di queste strategie, come quello relativo al “livello di croccantezza” preferito dai consumatori di patatine in busta. Ma pensiamo anche al cioccolato o all’amatissima crema spalmabile alla nocciola, che è un perfetto mix di grasso e zucchero dall’aspetto invitante e dalla consistenza vellutata, alla quale è davvero difficile resistere.

Cosa possiamo fare, dunque, per tutelarci? Basta seguire poche ma indispensabili regole.
La prima è quella di informarsi il più possibile attraverso canali di informazione affidabili e accreditati, o tramite associazioni che si occupino di diritti alimentari, come la stessa Europa dei Diritti o altre associazioni a tutela dei consumatori. Occorre infatti una vera e propria “educazione alimentare”, soprattutto per i bambini, sui quali ricadono gli effetti delle scelte dei genitori.
La seconda regola consiste nel fare attenzione a ciò che mettiamo nel carrello della spesa: evitiamo in particolare gli acquisti di certi prodotti solo perché “costano meno” o “hanno una confezione allettante”. E’ infatti meglio perdere un po’ di tempo tra i vari scaffali del supermercato, scegliendo però in modo ponderato: ci si guadagnerà sicuramente in salute.
L’ultima regola, che è la più importante, consiste semplicemente nell’essere consapevoli. Dobbiamo quindi ascoltare le nostre reali necessità in fatto di cibo, che riguardano il nutrimento e l’energia, e non la sensazione di un piacere diffuso e ingannevole che pervade mente e corpo.
Teniamo quindi gli occhi aperti, senza farci prendere all’amo dalle aziende produttrici, che ci rendono dipendenti dai loro prodotti, drogando il nostro cervello e facendoci assumere sostanze nocive per la salute.


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Carne di cavallo nel 5% della carne etichettata come bovina in Europa

Articolo tratto da:

http://www.ecoblog.it/post/63395/carne-di-cavallo-nel-5-della-carne-etichettata-come-bovina-in-europa

Carne di cavallo nel 5% della carne etichettata come bovina in Europa

La Commissione Europea pubblica dati che confermano come la frode alimentare non sia episodica ma sistematica.

La Commissione europea ha reso noti ieri i dati dei test condotti sulla carne in vendita nei mercati comunitari. Il risultato dei test è a dir poco scioccante, la notizia, probabilmente, è la più grave da quando, a gennaio, è esploso lo scandalo della carne equina: nel 5% della carne etichetta come bovina sono state trovate piccole percentuali di carne di cavallo. I test del DNA sono stati effettuati su oltre 4.000 prodotti bovini: 193 di questi sono risultati positivi.

La Commissione ha  anche preso in esame 3.000 carcasse di cavalli e nello 0,5% dei casi ha riscontrato tracce di fenilbutazone, farmaco potenzialmente dannoso e assolutamente proibito nella catena alimentare umana. Sia il commissario per la salute e per i consumatori Tonio Borg che la European Food Safety Authority (EFSA) hanno dichiarato che si tratta di frode alimentare e non di un problema di sicurezza alimentare. L’ESFA ha dichiarato che i quantitativi di fenilbutazone non sono tali da rappresentare un rischio per la salute.

Lo scandalo della carne equina è diventato una priorità sul mercato continentale visto che è andato a minare la fiducia dei consumatori, facendo crollare le vendite del settore alimentare.  La Francia è il Paese nel quale è stata riscontrata la maggiore percentuale di frodi alimentari con ben 47 test positivi su 353 effettuati, vale a dire il 13% dei casi. Al Regno Unito, invece, il biasimevole primato dei 14 test positivi al fenilbutazone nella carne equina destinata al consumo umano. Anche se va detto che nel Regno Unito sono stati effettuati circa 800 controlli, oltre un quarto di tutti quelli eseguiti nell’Unione Europea.

Intanto ecco l’elenco dei 25 prodotti italiani (di sedici marchi differenti) risultati positivi alla carne equina, comunicati dal Ministero della Salute alla Commissione Europea due giorni fa.


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Conoscere le etichette alimentari per un’alimentazione consapevole.

Le etichette della maggior parte dei prodotti ortofrutticoli e ittici dei mercati rionali non sono in regola. È quanto emerge da una ricerca effettuata dal Movimento difesa del cittadino, su un campione di banchi alimentari dei mercati italiani.
Il dato più allarmante è quello secondo il quale l’80% dei banchi ortofrutta e circa il 55% di quelli che vendono prodotti ittici, sono sprovvisti di un’etichetta conforme alla normativa.
Mancano infatti alcune informazioni fondamentali per effettuare un acquisto sicuro, prima fra tutte la provenienza dell’alimento, che, secondo la stessa ricerca, è assente in circa la metà di essi.
I produttori si concentrano invece su altri dettagli  più “commerciali”, che generalmente attirano l’occhio del compratore: il prezzo, e la varietà o specie del prodotto venduto.
Numerose etichette di alimenti appartenenti al campione esaminato, infatti, riportano solamente queste due caratteristiche.

La ricerca del Mdc impone una riflessione sulle abitudini commerciali e alimentari dei cittadini.
Il consumatore medio é davvero interessato solo al prezzo e alla varietà di ciò che mangia, o, se fosse adeguatamente informato sull’argomento etichette alimentari, pretenderebbe di conoscere maggiori dettagli dei prodotti acquistati?
Basta osservare l’attuale comportamento dei cittadini, per scoprire che la risposta corretta è la seconda.  Soprattutto in questi anni di crisi economica, infatti, la maggior parte delle persone pone molta più attenzione agli acquisti che fa, in primis alla spesa.
Scegliere in modo intelligente ciò che si compra e si mangia, infatti, oltre a rendere più consapevoli del proprio nutrimento, è un ottimo modo per evitare lo spreco di cibo.

L’eurodeputato Tiziano Motti definisce gli sprechi “un problema enorme per l’Europa”, che andrebbe arginato con un’adeguata normativa europea alimentare.
Durante i suoi interventi in televisione, il presidente di Europa dei diritti si è spesso soffermato sull’importanza di un’alimentazione corretta e consapevole, approfondendo la tematica delle etichette alimentari.
Una questione da lui ampiamente dibattuta è stata in particolare quella della loro visibilità.
Le informazioni sugli alimenti, per legge, devono essere scritte con un carattere di almeno 1,2 millimetri, tale da poter garantire a tutti, anziani compresi, un’agevole lettura delle stesse.
In caso contrario, dice Motti, “è inutile fare tante regole, se non si leggono”.

L’europarlamentare ha analizzato anche il tema dei contenuti delle etichette, illustrando le normative UE a riguardo. La legge europea di riferimento è stata approvata nel novembre 2011, ma i tempi di messa in atto sono molto dilatati. Per dare la possibilità alle aziende produttrici di adeguare i loro stabilimenti, infatti, in alcuni casi le nuove norme entreranno in vigore nel 2014-2016.
Ad ogni modo, entro questo periodo di tempo, i produttori saranno finalmente obbligati a rendere nota e visibile al consumatore la “tabella energetica”, riportando le calorie e i nutrienti di ogni cibo.
Essi dovranno inoltre sostituire la generica dicitura “grassi vegetali”, specificando quali tipi di oli siano effettivamente contenuti nel prodotto.

Nell’attesa della concretizzazione di questi obblighi legislativi, oltreché morali, ci si auspica che l’Unione Europea possa rapidamente prendere le decisioni giuste per garantire i diritti alimentari dei cittadini. La loro tutela è infatti essenziale per la salute e la vita dell’essere umano.
A tal proposito, non bisogna mai dimenticare la famosa massima “Noi siamo quello che mangiamo”, che racchiude tutta l’importanza delle nostre scelte alimentari.


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Alimentazione “green”: quanto di davvero bio sulle nostre tavole?

Sono state recentemente sequestrate più di 1500 tonnellate di falso bio.
L’operazione Green War, messa a punto dal Comando Provinciale di Finanza di Pesaro, in collaborazione con l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi prodotti agroalimentari, ha scoperto un traffico illegale di granaglie destinate agli animali, e soprattutto agli esseri umani.
Sembra che le ingenti quantità di soia, mais, lino e grano tenero intercettate, di biologico non abbiano proprio nulla. Si tratta infatti di OGM, e di varietà contaminate da pesticidi.

Ci si chiede come sia possibile che prodotti simili possano circolare liberamente nei territori dell’Unione Europea, e giungere fin quasi alle nostre tavole.
La risposta è presto detta. Per aggirare i controlli, le società nazionali che gestivano finanziariamente le aziende coinvolte, operanti in Moldavia, Ucraina e India, si servivano di una società italiana che sdoganava le derrate alimentari a Malta. Con questo espediente, i falsi bio arrivavano in Emilia Romagna, Sardegna, Molise, Marche e Abruzzo, senza incontrare alcun ostacolo. Per la truffa sono indagate 23 persone e circa 10 aziende, ma questo è solo l’inizio.

Proprio in questi giorni, Parlamento Europeo, Consiglio dell’UE e  Commissione Europea si riuniscono per approvare la Riforma della Politica Agricola Comune “verso il 2020”.
Le associazioni di settore, come la Cia e la Confagricoltura, stanno inviando in tal senso alcune proposte all’UE. Le proposte riguardano temi “caldi” del programma “2020”, come l’innovazione e lo sviluppo sostenibile, ma anche il rafforzamento del mercato agricolo italiano, che comprende sia piccoli coltivatori che grandi aziende.
Immancabili pure i riferimenti al biologico, per il quale si chiede una regolamentazione che possa tutelare i consumatori ma soprattutto i produttori, rendendo il bio italiano competitivo, affinché possano diminuire drasticamente le importazioni.

Alla riunione UE sulla PAC 2020, parteciperà anche l’europarlamentare Tiziano Motti, impegnato da tempo in una battaglia per i diritti alimentari dei cittadini. Tramite l’associazione Europa dei diritti, l’eurodeputato dell’UDC svolge una continua attività di informazione sul cibo e sull’importanza di sapere cosa si mangia. A tal proposito, ha spesso risposto di persona, durante alcuni programmi televisivi, alle domande fatte da cittadini  “curiosi e attenti” sull’argomento. E sono tanti.

La regolamentazione del biologico è più che mai necessaria, soprattutto nel nostro paese.
In Italia, nel 2012 si è registrato un aumento dei consumi bio pari al 7,3 % , per non parlare dell’enorme numero di mense scolastiche che attualmente forniscono pasti di questo tipo.
L’ottemperazione della legge inerente, però, non è cresciuta di pari passo con tale incremento dell’importazione “verde”. Sono infatti ancora pochi i produttori che rendono nota la provenienza dei cibi riportandola sull’etichetta.
Nel frattempo, le nostre tavole si riempiono sempre più di cereali, biscotti, legumi, snack “bio”, ma nessuno può davvero garantirci che lo siano.