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Blog di Tiziano Motti: Una Vita più Sana

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Contraffazione alimentare, uno schiaffo al Made in Italy

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La contraffazione alimentare è un fenomeno molto diffuso in Europa e nel resto del mondo, che colpisce l’Italia al cuore perché danneggia le sue tradizioni alimentari.
Per “contraffazione” si intende la sostituzione di un cibo con un altro di simili proprietà organolettiche ma di qualità nettamente inferiore.
Le attuali frodi alimentari sono spesso collegate al cosiddetto “italian sounding”, che consiste nell’assegnare ad un prodotto contraffatto un nome simile a quello di un cibo tipico della tradizione italiana, come ad esempio: Bolognese, Salam, Milaneza, Macaroni, Olio Pompeian, Palenta, pomodori di collina. Questi nomi suonano ridicoli alle orecchie di un italiano, il quale si accorgerebbe immediatamente che si tratta di falsi, ma i dati sulle vendite dimostrano che i consumatori stranieri li acquistano volentieri, abboccando all’amo. L’agropirateria è uno schiaffo al Made in Italy, al quale le associazioni dei produttori e dei consumatori hanno reagito aumentando la sicurezza e la qualità degli alimenti nostrani.

Il tema delle frodi alimentari è molto importante anche per l’onorevole Tiziano Motti, che è membro del IMCO, la Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori che ha recentemente votato a favore dell’indicazione di provenienza nelle etichette dei prodotti manifatturieri. L’eurodeputato di Reggio Emilia conduce da tempo una battaglia per la diffusione dei diritti dell’alimentazione, ed ha verificato personalmente la presenza di vini contraffatti in Gran Bretagna. La denominazione “vini” è in realtà inappropriata, in quanto si tratta di bustine contenenti polverine solubili dalle quali si ottengono sostanze liquide colorate dai nomi grotteschi, quali “Chionti”, Barolla, Belpolicella, Montecino.
Ma come è possibile che, nonostante la rigidità delle norme europee sulla denominazione di origine e l’indicazione geografica, siano in vendita i falsi vini? Questo avviene perché viene adottato l’escamotage di usare nomi simili, ma differenti, a quelli originali, un espediente al quale l’UE non ha ancora trovato un’efficace soluzione.

Tra le punte di diamante italiane più imitate ci sono anche i formaggi, in particolare il Parmigiano Reggiano, che è stato riprodotto come Parmesan cheese e Parmesao.
Poco tempo fa è stato scoperto un preoccupante atto di agropirateria ad opera di Stati Uniti, Australia e addirittura dell’europea Gran Bretagna: un kit per produrre in casa propria il parmigiano, la mozzarella e altri formaggi tipici. Il kit danneggia pesantemente l’immagine del Made in Italy, le aziende produttrici, e soprattutto i casari italiani, il cui lavoro è un’arte che si tramanda da generazioni.

Il nostro paese è noto anche per la pasta, che viene esportata in grandissime quantità. Durante la recente “Giornata Mondiale”di questo alimento, la Coldiretti ha presentato i dati dell’esportazione del 2013, pari a circa 2 miliardi di chili di pasta, con un aumento della domanda del 6% rispetto al 2012. Esso è dovuto soprattutto all’intraprendenza delle aziende del progetto Fai, Firmato dagli Agricoltori Italiani, che esportano un prodotto ottenuto al 100% da grano duro italiano. Questa varietà ha un’alta resa produttiva spontanea, una qualità superiore rispetto ad altre più comuni, e un elevato contenuto proteico; il grano italiano si differenzia dalle diffusissime varietà OGM dello stesso cereale che sono sterili ed hanno un basso valore nutrizionale, e sono inoltre parzialmente responsabili della tossicità al glutine, ovvero della celiachia.
L’innovazione rischia però di essere frenata dalla crisi: il grano viene infatti sottopagato agli agricoltori, i quali spesso non riescono a coprire nemmeno i costi di produzione. La situazione è agevolata dalla mancanza di trasparenza nelle etichette, nelle quali non è obbligatorio indicare da dove proviene il cereale, ed è quindi possibile la contraffazione alimentare.

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Spreco alimentare: anche l’ambiente finisce nella spazzatura

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Il recente rapporto del WWF sugli sprechi alimentari ha un nome molto esaustivo, “Quanta natura sprechiamo”, che si riferisce all’enorme sperpero di risorse dovuto al nostro attuale modello alimentare non sostenibile.
Quando gettiamo del cibo nella spazzatura, infatti, oltre a sprecare denaro, consumiamo e inquiniamo acqua, aria, e suolo.
Ogni anno ciascun italiano sperpera 316 euro di cibo; il nostro paese consuma 1226 milioni di litri d’acqua a vuoto, e produce 24,5 milioni di tonnellate di CO2.

Qual è il motivo di tali cifre? In primo luogo il processo industriale; le industrie alimentari emettono tonnellate di CO2 nell’aria, ed enormi quantità di veleni che si propagano nell’ambiente. I dati sul sovrautilizzo di acqua sono particolarmente inquietanti; essa non è adottata solo nell’agricoltura, ma anche negli allevanti intensivi, che ne fanno un uso sproporzionato: basti pensare che per produrre una bistecca di manzo da 1 kg occorrono circa 15000 litri.

Lo spreco alimentare è inoltre una conseguenza delle “cattive” abitudini delle persone, che sono a loro volta frutto di obsoleti retaggi culturali, della disinformazione e dell’assenza di informazione. Molti credono che buttare il cibo nella spazzatura sia sbagliato perché “non si butta via niente” . Questo non avviene per un’“etica ecologica”, bensì per l’atavica paura di perdere qualcosa; in Italia questo attaccamento deriva anche dalla scarsità di cibo che c’è stata durante l’ultima guerra mondiale, la quale spingeva le persone a fare “provviste” .
A tutto ciò si aggiunge la scarsa consapevolezza del processo nutritivo; la vita “comoda”, nella quale abbiamo tutto immediatamente a disposizione, non ci spinge a chiederci come abbia fatto un cibo ad arrivare nel nostro piatto, e perché lo abbiamo scelto.

Secondo il WWF, per superare questa allarmante condizione, occorre un nuovo modello alimentare, più sostenibile e consapevole; dobbiamo modificare radicalmente la nostra vita, fino al punto di influenzare l’intero processo produttivo, dall’azienda al consumatore.

Il problema degli sprechi alimentari è un tema caro anche all’onorevole Tiziano Motti.
L’eurodeputato ha proposto al Parlamento di mettere in atto dei provvedimenti tali da modificare le abitudini non sostenibili dei consumatori. Per ridurre lo spreco di cibo, Motti promuove il sistema della doppia etichettatura; gli alimenti confezionati possono infatti essere mangiati anche successivamente alla loro data di scadenza, e questa informazione dovrebbe essere segnalata sulle loro etichette.

Negli ultimi tempi, complice la crisi economica, le persone stanno più attente alla loro spesa, e tendono ad acquistare di meno, eliminando il superfluo. C’è però ancora molta strada da fare.
Alcuni paesi europei stanno portando avanti progetti eco-compatibili, che sono animati dagli stessi principi, quali la riduzione della quantità di cibo, il miglioramento della sua qualità o di quella della vita, e la condivisione.
È il caso dell’olandese Park Supermarket, che mette al centro della produzione alimentare quello che finora è stato l’ultimo anello della catena, ovvero il consumatore.
In Germania esiste una piattaforma virtuale tramite la quale si può mettere a disposizione il proprio cibo in scadenza.

In Italia i cosiddetti “orti urbani”, oltre a promuovere interazioni costruttive tra le persone e una maggiore consapevolezza degli spazi pubblici, puntano anche al miglioramento della qualità dell’alimentazione, veicolando l’etica biologica e biodinamica. La frutta e la verdura coltivate in questo modo sono molto più sane, gustose, e, soprattutto, ricche di nutrienti rispetto a quelle irrorate di sostanze chimiche o che crescono in ambienti artificiali; questo fa sì che l’organismo ne richieda quantità minori rispetto al solito.

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Obesità infantile: è necessaria una normativa europea sui cibi spazzatura

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In Europa un enorme numero di bambini e adolescenti rischia di diventare obeso.

Da un recente studio è emerso che in media il 15% dei bambini di 5 e 6 anni che frequentano le scuole materne di Polonia, Spagna, Bulgaria, Belgio, Germania, e Grecia, è in sovrappeso; in Spagna lo è il 24% , mentre in Germania solo il 10%.
Il 25% dei bimbi coinvolti nella ricerca ha la televisione in camera, e in Bulgaria arriva addirittura al 70% .

Le preferenze alimentari dei più giovani sono influenzate dalla pubblicità, e la televisione trasmette continuamente spot dei dannosi cibi spazzatura, approfittando della sedentarietà dei ragazzi e alimentandola.
Per questo motivo, numerosi paesi europei hanno deciso di correre ai ripari.
Il più restrittivo in tal senso è la Svezia nel quale dal 1991 il Radio and Television Act vieta la trasmissione di réclames dirette ai bambini inferiori di 12 anni.
In Francia la legge prescrive di trasmettere uno spot inerente alla salute pubblica per ogni spot di “junk food”.
In Ungheria, ogni azienda che produce alimenti contenenti elevate quantità di sale, zucchero e grasso viene pesantemente tassata.
In Gran Bretagna, il paese europeo con il maggior numero di canali televisivi dedicati ai ragazzi, l’Office of Communications ha messo al bando gli spot alimentari che sono indirizzati a loro.

In Italia, e in tanti altri Stati membri dell’Unione europea, non esistono specifiche norme al riguardo. Da tempo si sente però l’esigenza di una regolamentazione europea, come è stato confermato nella recente Conferenza Ministeriale Europea WHO sulla Nutrizione e le Malattie Non Trasmissibili, durante la quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la Commissione europea hanno ribadito l’importanza di creare una rete che coinvolga i governi, il settore pubblico e privato, le aziende e i consumatori, e che promuova la salute, una dieta sana, e l’attività fisica.

Gli spot di junk food spesso comunicano concetti “positivi”, quali benessere, genuinità, condivisione, e famiglia. L’azienda produttrice di una popolare bibita gassata, ad esempio, presenta lo zucchero in essa contenuto come una sostanza “sicura e nutriente” , e la crema alla nocciola più famosa al mondo ha puntato sulle confezioni “formato famiglia”, scegliendo come sua testimonial un’educatrice d’infanzia nota al grande pubblico.

Non è semplice boicottare le aziende scorrette, e dimostrare quanto il loro marketing sia dannoso per la salute delle persone; i consumatori devono quindi prestare attenzione ai cibi che acquistano. Come sostiene l’eurodeputato Tiziano Motti, è indispensabile che essi abbiano a loro disposizione tutte le informazioni su uno specifico prodotto. Motti promuove un’applicazione più rigida della Normativa europea relativa alle etichette alimentari, la quale, se venisse rispettata da tutte le aziende, permetterebbe ai cittadini di fare scelte alimentari più consapevoli.

Gli effetti neurologici delle pubblicità dei cibi spazzatura sono stati al centro di due studi dell’università di Yale, che hanno condotto a interessanti scoperte.
I ragazzi esaminati erano più stimolati dagli spot di alimenti e bevande piuttosto che di qualsiasi altro prodotto; tra di essi, però, quelli in sovrappeso si mostravano meno ricettivi, in quanto evidentemente assuefatti a quel tipo di messaggio.
Durante la visione degli spot, nei ragazzi si attivavano le aree cerebrali della “ricompensa”, e del “carving”, ovvero del desiderio compulsivo di assumere una sostanza.
Poiché i bambini sono più permeabili degli adolescenti ai messaggi pubblicitari, è necessario limitare il più possibile la loro esposizione ai pericoli del marketing mediatico alimentare.

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L’UE tutela i consumatori dagli inganni dei claims alimentari

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Negli ultimi tempi spopolano i prodotti “che fanno bene alla salute”. Essi sono principalmente di due tipi: i cibi “light”, che garantiscono un basso apporto calorico, e quelli “curativi”, come, ad esempio, gli alimenti che riducono il colesterolo, o che contengono specifiche vitamine e altri elementi utili al rafforzamento dell’organismo.
Le pubblicità di questi prodotti ingannano il consumatore, perché gli promettono dimagrimenti miracolosi e guarigioni lampo dai suoi disturbi di salute.

Per questo motivo, nel 2006, l’Unione europea ha istituito un regolamento al riguardo, che comprende anche un elenco dei “claims” consentiti, ovvero delle indicazioni e informazioni relative ad un prodotto. I claims nutrizionali permessi – che illustrano la composizione nutrizionale di un alimento – sono, ad esempio, le diciture “povero di grassi”, “senza zuccheri aggiunti”, e “ricco di fibre”. Per quanto concerne i claims salutistici – che indicano la relazione tra un cibo e un effetto fisiologico positivo sulla salute del consumatore – le aziende possono utilizzarli solo se presentano dossier scientifici accurati che ne attestino la validità. Oltre a sottolineare che le indicazioni alimentari debbano essere veritiere e basate su dati scientifici, il Regolamento prescrive che non incoraggino il consumo eccessivo di certi prodotti, e non instillino nelle persone il dubbio che il mancato uso di un determinato alimento possa compromettere la loro salute.

Poiché le norme appena citate hanno il pesante limite di permettere l’utilizzo di indicazioni differenti in base alla nazione di produzione, lo scorso anno, la Commissione europea ha ideato un nuovo regolamento, il cui obiettivo principale è quello di istituire un modello di riferimento per i claims dei cibi. Tutte le aziende europee di prodotti e integratori alimentari sono obbligate a rispettare questi parametri, garantendo così una maggiore tutela ai consumatori europei. Si tratta di un cambiamento importante, ma che deve andare di pari passo con un rafforzamento delle norme sulle etichette alimentari, le quali, come ha sottolineato in numerose occasioni l’eurodeputato di Reggio Emilia Tiziano Motti, sono spesso illeggibili e imprecise e non informano adeguatamente il consumatore. Per questo motivo, e per la scarsità di informazioni sull’importanza delle etichette, la maggior parte delle persone effettua i propri acquisti al supermercato basandosi su altri criteri, quali la convenienza, l’aspetto della confezione o il messaggio trasmesso dalla pubblicità di un prodotto.

Le strategie di marketing delle industrie alimentari, infatti, inducono le persone a credere di acquistare alimenti salutari, leggeri, che apportano benessere all’organismo, ma che in realtà contengono meno nutrienti degli altri cibi, e sono prodotti con ingredienti più economici e meno sani; si utilizza, ad esempio, la margarina al posto del burro, l’aspartame al posto dello zucchero e gli addensanti al posto del caglio .
Si può, inoltre, facilmente dimostrare l’inefficacia del presunto potere dimagrante di certi alimenti, osservando quello che accade negli USA: i prodotti light sono enormemente diffusi, in questi stati, ma c’è anche un’altissima percentuale di persone affette da obesità, compresi molti bambini.

Il nocciolo dei problemi alimentari è situato in profondità, e deriva dallo stile di vita veicolata dalla nostra società, nella quale il modello “fast-food” non riguarda solo l’alimentazione, ma l’intera quotidianità. È, quindi, molto facile lasciarsi sedurre e convincere dai messaggi pubblicitari, che promettono di raggiungere il peso-forma e un’ottima salute in breve tempo e senza sforzi.
La scelta, invece, di delegare la nostra salute ai prodotti dell’industria alimentare ci allontana, purtroppo, dal metodo più naturale, efficace e duraturo per mantenerci in perfetta salute, che consiste nel prestare attenzione alle nostre abitudini e nello sviluppare la consapevolezza riguardo all’alimentazione.


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Agricoltura biologica e biodinamica: cibi vitali e naturali

agricoltura bioL’Unione europea ha recentemente riaperto il dibattito sui prodotti biologici e biodinamici, sempre più diffusi in Europa, proponendo agli Stati membri una nuova regolamentazione al riguardo. Si tratta di norme che, da una parte, rendono più severi i criteri che definiscono “green” un’azienda – al fine di acquisire maggiore fiducia da parte dei consumatori – e dall’altra, mirano a potenziare il biologico, incentivando le aziende “virtuose” .
L’Italia è al secondo posto nella produzione di alimenti bio in Europa, ma il loro consumo è nettamente inferiore a quello di altri cibi. Questo è dovuto, principalmente, alla scarsa informazione sui vantaggi di un’alimentazione più sana e naturale.

L’eurodeputato Tiziano Motti promuove, invece, la divulgazione delle informazioni sugli alimenti, che permetterebbero ai consumatori di scegliere con maggiore consapevolezza quello che mangiano. Motti è, inoltre, a favore di una rapida attuazione dei regolamenti promossi dall’Unione europea, in particolar modo quelli sulla trasparenza delle etichette alimentari, che garantirebbero ai cittadini la qualità bio del cibo acquistato.
Nel caos di etichette e certificazioni che identificano questo tipo di alimenti, si incontrano spesso i simboli dell’agricoltura biologica e di quella biodinamica, che si fondano sullo stesso principio. “Bios” significa “vita”, e questo indica, implicitamente, che biologico e biodinamico operano entrambi per proteggerla, sia essa intesa come vitalità e freschezza di un alimento, che come maggiore attenzione alla salute di chi lo mangia.
La differenza più rilevante tra le due consiste nel fatto che l’agricoltura biodinamica è più “ortodossa” per quanto concerne il metodo colturale.

L’agricoltura biodinamica nasce intorno al 1920, ad opera di Rudolf Steiner, che insegnò ad alcuni contadini, preoccupati dal crescente uso di sostanze chimiche in agricoltura, un metodo coltivativo atto a rendere più naturale la qualità dei loro prodotti.
Si tratta di procedimenti agricoli molto complessi, che implicano la rotazione delle colture, il rispetto del calendario lunare e planetario per la semina e la raccolta, e che fertilizzano il terreno con preparati biodinamici e concime organico, ricavato dagli animali da allevamento.
Pochi anni dopo la nascita del biodinamico, venne ideato il marchio Demeter, chiamato così in onore di Demetra, la dea della fertilità e della terra. Il simbolo si trova oggi nelle etichette di molti alimenti biodinamici, al fine di garantirne la qualità e di preservare la purezza della metodologia agricola steineriana.

L’agricoltura biologica si sviluppa più tardi, ovvero a partire dagli anni ’70/’80, sulla scia del trend di maggiore sostenibilità promosso dai paesi del nord Europa.
Il biologico persegue l’ideale di genuinità e di armonia con la natura dell’agricoltura biodinamica – dalla quale deriva – rivisitandolo in chiave moderna. Si propone, infatti, come alternativa alla diffusione delle colture che utilizzano prodotti chimici, degli OGM e delle monoculture, che impoveriscono il terreno.
La filosofia green del biologico e del biodinamico promuove la biodiversità, la quale, da sola, è  in grado di mantenere l’ecosistema in perfetto equilibrio. Gli elementi organici e minerali del terreno, i vegetali, e gli animali coinvolti nei processi agricoli operano insieme, seguendo tacite regole inscritte nella natura. Se l’azione dell’uomo non si inserisce armonicamente in questo contesto, ma, al contrario, lo altera, sfruttando eccessivamente il terreno ed avvelenandolo, l’equilibro ecosistemico si spezza, e ne risente la qualità dei prodotti agricoli.
Il consumatore che acquisterà prodotti biologici e biodinamici potrà verificare, con tutti e cinque i sensi, quale sia la vitalità di questi alimenti rispetto agli altri, e i vantaggi che essi apportano all’organismo.


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L’indice glicemico e il carico glicemico: due criteri per un’alimentazione più consapevole

**Anguria o banana? Il nuovo criterio per sapere cosa scegliere a tavola**

Il 7 giugno, a Stresa, si è svolto un convegno organizzato da NFI (Nutrition Foundation of Italy) e Oldways USA, a seguito del quale, un Comitato internazionale di esperti nel campo della nutrizione, ha redatto un documento relativo all’importanza dell’indice glicemico (IG) e del carico glicemico (CG). Questi due parametri sono fondamentali, al fine di stabilire la qualità e la quantità dei carboidrati da introdurre in una dieta sana ed equilibrata.
L’indice glicemico, ad esempio, rappresenta, attualmente, un criterio molto efficace per classificare gli alimenti, anche perché

la vecchia classificazione dei carboidrati (i “responsabili” degli aumenti della glicemia) in carboidrati semplici (gli zuccheri) e complessi (gli amidi) si è rivelata inadeguata. Infatti, contrariamente a quanto si credeva, non tutti i cibi contenenti zuccheri comportano rapidi picchi della glicemia, e non tutti gli alimenti contenenti amidi si comportano in modo opposto, più salutare.

La novità più interessante è, però, il carico glicemico, parametro che si calcola moltiplicando l’IG per la quantità di carboidrati presenti in una porzione di un dato alimento; il CG è molto utile, in quanto consente di monitorare l’impatto glicemico di tutti i cibi, compresi quelli ad alto IG, che possono, dunque, essere mangiati,ma nelle quantità indicate nella tabelle del CG. Il carico glicemico

permette di non escludere dalla dieta alimenti come il pane, il riso, le patate, che verrebbero fortemente penalizzati valutandoli solo sulla base dell’Indice Glicemico

Il documento stilato a Stresa dai nutrizionisti evidenzia, inoltre, l’importanza dei due indici per quanto concerne la riduzione del rischio di diabete di tipo 2-ad esempio nei soggetti obesi- e quello di malattie coronariche; la conoscenza dell’IG e CG potrebbe, infatti, aiutare le persone ad avere maggiore consapevolezza degli alimenti di cui si nutrono.
I risultati più rilevanti sono stati ottenuti nell’applicazione dei due criteri sulla dieta delle persone già affette da diabete; come sostiene il professor Gabriele Riccardi, dell’Università Federico II di Napoli, se a queste persone

si raccomanda di preferire alimenti a basso Indice Glicemico e di calibrare le porzioni sulla base del Carico Glicemico, si ottiene non solo un significativo calo della glicemia dopo il pasto, ma anche una riduzione del rischio di ipoglicemia (grazie a un assorbimento più lento e prolungato del glucosio), evitando così quelle oscillazioni glicemiche spesso difficili da gestire anche con i farmaci.

Gli esperti del Comitato hanno proposto, inoltre, di inserire l’indice e il carico glicemico nelle tabelle delle etichette alimentari. Per quanto concerne l’attuazione di questa proposta, i nutrizionisti di tutto il mondo sono divisi: molti di essi sono a favore, in quanto, secondo loro, l’inserimento di IG e CG nelle etichette sarebbe un’informazione utile alle persone, mentre altri sono contro; il motivo principale dell’opposizione, è da ricercarsi nell’eccessiva complessità degli indici, i quali, secondo alcuni nutrizionisti, non fornirebbero al consumatore valori stabili e oggettivi, ma, piuttosto, variabili e soggettivi, come nel caso delle banane

consultando le tabelle reperibili sul sito http://www.glycemicindex.com dell’Università di Sydney, si vede che per la sola banana vengono riportati ben 11 valori diversi di Indice Glicemico: si va da 30 a 70, a seconda del grado di maturità (IG 30 per la banana acerba, 48 per quella molto matura), della metodologia e della località in cui è stata fatta la valutazione.

A ben guardare, però, entrambe le posizioni sono troppo estreme: come avviene in molti casi, la virtù sta nel mezzo. Per il consumatore, la presenza degli indici nelle etichette degli alimenti è sicuramente importante, ed è un tassello in più verso la sua ricerca di un maggiore benessere psico-fisico. Come sostiene l’eurodeputato Tiziano Motti, infatti, tra i più importanti diritti dei cittadini, c’è quello di conoscere adeguatamente le informazioni sui prodotti che si mangiano, le quali devono essere scritte in modo chiaro e leggibile sulle loro etichette.
Ma, sebbene il fatto che le persone possano leggere gli IG e i CG degli alimenti, le aiuti nelle loro scelte alimentari, questo non significa che esse automaticamente acquisiscano completa consapevolezza nei confronti del cibo: si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente. L’abitudine a nutrirsi in modo sano e naturale si sviluppa, soprattutto, sperimentando direttamente gli effetti degli alimenti sul proprio organismo.

Il Corriere della Sera, 1 luglio 2013


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Lo zucchero nascosto nelle etichette alimentari

zuccheroLo zucchero è una delle sostanze più utilizzate nei cibi industriali. Se le etichette alimentari fossero più chiare e leggibili, i consumatori potrebbero verificare con i loro occhi la veridicità di questa informazione, ma purtroppo non è così.
Numerose aziende  produttrici nascondono la reale percentuale di zucchero contenuta negli alimenti, utilizzando strategie di marketing ben collaudate, e approfittando della generale disinformazione e inconsapevolezza alimentare. Molte persone, infatti, non sanno con esattezza come venga ottenuto lo zucchero contenuto negli alimenti, e quali effetti ne provochi l’assunzione, ma ne conoscono soltanto il potere dolcificante.
Le industrie alimentari utilizzano diversi tipi di zuccheri: bianco, di canna, fruttosio, glucosio, aspartame, xilitolo, il miele, stevia, melassa, ecc., ma il più usato è quello raffinato, che, tra l’altro, è anche il più conosciuto. Apprendere come si ottiene e quali siano le caratteristiche nutrizionali di questa sostanza è, dunque, fondamentale.

Lo zucchero bianco è il prodotto di un elaborato processo di raffinazione della canna o della barbabietola da zucchero, che gli toglie progressivamente le sostanze nutritive; nello stesso processo, al prodotto vengono inoltre aggiunte sostanze dannose per l’organismo, come il bario, l’anidride carbonica e l’anidride solforosa, quest’ultima utilizzata al solo scopo di fargli assumere il caratteristico colore bianco.
Durante la lavorazione, lo zucchero perde i nutrienti essenziali, in particolare il calcio; per questo motivo, cercherà di sottrarlo dal corpo, indebolendo, oltre ai denti e alle ossa, l’intero organismo, dato che questo elemento è responsabile del buon funzionamento del sistema immunitario. E’ proprio per questo motivo, oltre che per il suo alto apporto calorico e per i suoi effetti negativi sul tasso glicemico, che molti produttori cercano di mascherare la  presenza dello zucchero negli alimenti.

Durante una puntata delle trasmissione Vivere Meglio, l’eurodeputato Tiziano Motti è stato interpellato da uno spettatore che aveva notato alcune ambiguità nell’etichetta di un alimento. Motti ha spiegato che, alcune aziende, per occultare la quantità di zucchero presente in un alimento, ricorrono all’escamotage di elencare gli zuccheri singolarmente – ad esempio: saccarosio, glucosio, fruttosio – per non rivelarne la percentuale complessiva contenuta.
C’è dunque da chiedersi come ci si possa tutelare dagli inganni delle industrie alimentari.
Il primo strumento di difesa, che lo stesso onorevole del PPE ha sempre messo al primo posto nella sua attività politica e sociale, è l’informazione; per Motti uno dei diritti più importanti dei cittadini è poter conoscere e scegliere ciò che si mangia.
Un secondo passo verso la consapevolezza alimentare è, inoltre, quello di osservare con attenzione le etichette dei cibi, e di riflettere sui messaggi veicolati dalle pubblicità.

E’ di pochi mesi fa il caso di una famosa azienda produttrice di marmellate, che è stata multata per aver divulgato pubblicità ingannevole e informazioni non veritiere sulle etichette dei propri prodotti. Per quanto l’azienda in questione possa essere  considerata“virtuosa” proprio per il fatto di non utilizzare zucchero bianco, coloranti, additivi e altre sostanze dannose per l’organismo, a onor del vero bisogna dire che non è stata fino in fondo trasparente nei confronti dei consumatori; le etichette dei prodotti in questione, che riportavano la dicitura “senza zuccheri aggiunti”,  inducevano infatti  le persone a credere che i prodotti fossero dietetici o adatti ai diabetici, anche se non era così.
Secondo il Regolamento (CE) n. 1924/2006  del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, se un alimento contiene in natura zuccheri (come quelli della frutta), nella sua etichetta dovrebbe figurare la dicitura “contiene in natura zuccheri” , prescrizione che l’azienda non ha rispettato.
Il caso delle marmellate senza zuccheri aggiunti mostra quanto sia importante il potere dei messaggi trasmessi al consumatore, e lo invita, ancora una volta, a tenere gli occhi aperti.