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Blog di Tiziano Motti: Una Vita più Sana

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Educazione alimentare per bambini: è in arrivo una generazione di consumatori consapevoli

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L’Oms ha recentemente diffuso un report sull’obesità e il sovrappeso tra i più giovani in Europa. In Italia, circa la metà dei bambini di 8 anni è in sovrappeso, e il 20% è obeso, e la percentuale cresce proporzionalmente all’età. Secondo il report, le cause principali di questi dati sono la sedenteriatà – il 60% dei quindicenni italiani non fa abbastanza attività fisica – e la cattiva alimentazione, veicolata da una cultura che promuove i cibi spazzatura, e di scarsa qualità, e quelli contenenti sale, zuccheri, e grassi. Il rapporto è stato discusso alla Conferenza di Alto Livello sulla Nutrizione e l’Attività Fisica, promossa dall’UE; dalla Conferenza sono scaturite tre importanti dichiarazioni d’intenti, che riguardano la promozione di ambienti sani, in particolare quelli scolastici, l’incoraggiamento all’attività fisica, e la formazione ed informazione delle famiglie su una corretta alimentazione.
Le tematiche della Conferenza sono importanti anche per l’onorevole del PPE Tiziano Motti, il quale è impegnato in attività di sensibilizzazione sul valore del nutrimento e sui diritti dell’alimentazione. L’eurodeputato sostiene inoltre, attraverso la sua associazione Europa dei diritti, l’iniziativa di educazione alimentare “Non fare autogol” che è indirizzata ai più giovani.

La famiglia è il primo luogo nel quale i bambini sviluppano le loro attitudini nei confronti del cibo, e apprendono le cattive abitudini alimentari, imitando quelle dei genitori. Affinché i più piccoli apprendano l’importanza di una dieta sana, il pasto deve essere innanzitutto un momento di condivisione, durante il quale l’attenzione è sul cibo; occorre quindi evitare la televisione, e i telefonini a tavola, che distraggono, e trasformano il nutrimento in un’azione meccanica. I bambini dovrebbero invece essere coinvolti nella preparazione del cibo, e nella spesa, cercando di spiegargli la differenza tra i vari tipi di alimenti, e di insegnargli a mangiare molta frutta e verdura, e pochi snack confezionati, che sono ricchi di additivi.

Il secondo luogo in cui i piccoli possono apprendere in cosa consista una corretta nutrizione è la scuola. Il progetto di educazione alimentare “Mangiar bene conviene”, patrocinato dal ministero della Salute, coinvolge un network GPS, ovvero di genitori, pediatri, e scuole; esso promuove l’informazione alle famiglie, e comprende l’organizzazione di laboratori all’interno e all’esterno della scuola, e numerose attività ludiche per i bambini.
La scuola è un contesto importante anche perché in Italia il 50% bambini sotto i 14 anni pranza nelle mense. I progetti relativi a un miglioramento della loro qualità sono in aumento, e tra questi c’è l’iniziativa di Action aid; essa promuove una ristorazione scolastica più sana e sostenibile, prediligendo i prodotti biologici, a km zero, e privi di OGM, che riducono l’impatto ambientale, e riducendo gli sprechi e i rifiuti. Il progetto potrebbe creare una generazione di consumatori consapevoli, che impareranno a nutrirsi in modo sano, e diffonderanno le loro buone abitudini alimentari.

Un team di ricercatori europei ha infine ideato un progetto di “educazione alimentare virtuale”, Pegaso Fit fo Future, sfruttando il fascino e il successo che le nuove tecnologie hanno sui più giovani, in particolare quelle mobili. Il progetto è basato su un sistema di monitoraggio individuale ed ambientale, che comprende il supporto di dispositivi indossabili, e un relativo sistema di feedback; ha l’obiettivo di sviluppare la consapevolezza dei ragazzi, e di promuovere e sostenere la loro motivazione durante il percorso verso uno stile di vita sano. Al centro del progetto c’è, ovviamente, il gioco, e la condivisione in rete delle propria esperienza, che comprende il confronto con i coetanei di altri paesi europei.

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Spreco alimentare: anche l’ambiente finisce nella spazzatura

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Il recente rapporto del WWF sugli sprechi alimentari ha un nome molto esaustivo, “Quanta natura sprechiamo”, che si riferisce all’enorme sperpero di risorse dovuto al nostro attuale modello alimentare non sostenibile.
Quando gettiamo del cibo nella spazzatura, infatti, oltre a sprecare denaro, consumiamo e inquiniamo acqua, aria, e suolo.
Ogni anno ciascun italiano sperpera 316 euro di cibo; il nostro paese consuma 1226 milioni di litri d’acqua a vuoto, e produce 24,5 milioni di tonnellate di CO2.

Qual è il motivo di tali cifre? In primo luogo il processo industriale; le industrie alimentari emettono tonnellate di CO2 nell’aria, ed enormi quantità di veleni che si propagano nell’ambiente. I dati sul sovrautilizzo di acqua sono particolarmente inquietanti; essa non è adottata solo nell’agricoltura, ma anche negli allevanti intensivi, che ne fanno un uso sproporzionato: basti pensare che per produrre una bistecca di manzo da 1 kg occorrono circa 15000 litri.

Lo spreco alimentare è inoltre una conseguenza delle “cattive” abitudini delle persone, che sono a loro volta frutto di obsoleti retaggi culturali, della disinformazione e dell’assenza di informazione. Molti credono che buttare il cibo nella spazzatura sia sbagliato perché “non si butta via niente” . Questo non avviene per un’“etica ecologica”, bensì per l’atavica paura di perdere qualcosa; in Italia questo attaccamento deriva anche dalla scarsità di cibo che c’è stata durante l’ultima guerra mondiale, la quale spingeva le persone a fare “provviste” .
A tutto ciò si aggiunge la scarsa consapevolezza del processo nutritivo; la vita “comoda”, nella quale abbiamo tutto immediatamente a disposizione, non ci spinge a chiederci come abbia fatto un cibo ad arrivare nel nostro piatto, e perché lo abbiamo scelto.

Secondo il WWF, per superare questa allarmante condizione, occorre un nuovo modello alimentare, più sostenibile e consapevole; dobbiamo modificare radicalmente la nostra vita, fino al punto di influenzare l’intero processo produttivo, dall’azienda al consumatore.

Il problema degli sprechi alimentari è un tema caro anche all’onorevole Tiziano Motti.
L’eurodeputato ha proposto al Parlamento di mettere in atto dei provvedimenti tali da modificare le abitudini non sostenibili dei consumatori. Per ridurre lo spreco di cibo, Motti promuove il sistema della doppia etichettatura; gli alimenti confezionati possono infatti essere mangiati anche successivamente alla loro data di scadenza, e questa informazione dovrebbe essere segnalata sulle loro etichette.

Negli ultimi tempi, complice la crisi economica, le persone stanno più attente alla loro spesa, e tendono ad acquistare di meno, eliminando il superfluo. C’è però ancora molta strada da fare.
Alcuni paesi europei stanno portando avanti progetti eco-compatibili, che sono animati dagli stessi principi, quali la riduzione della quantità di cibo, il miglioramento della sua qualità o di quella della vita, e la condivisione.
È il caso dell’olandese Park Supermarket, che mette al centro della produzione alimentare quello che finora è stato l’ultimo anello della catena, ovvero il consumatore.
In Germania esiste una piattaforma virtuale tramite la quale si può mettere a disposizione il proprio cibo in scadenza.

In Italia i cosiddetti “orti urbani”, oltre a promuovere interazioni costruttive tra le persone e una maggiore consapevolezza degli spazi pubblici, puntano anche al miglioramento della qualità dell’alimentazione, veicolando l’etica biologica e biodinamica. La frutta e la verdura coltivate in questo modo sono molto più sane, gustose, e, soprattutto, ricche di nutrienti rispetto a quelle irrorate di sostanze chimiche o che crescono in ambienti artificiali; questo fa sì che l’organismo ne richieda quantità minori rispetto al solito.

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Obesità infantile: è necessaria una normativa europea sui cibi spazzatura

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In Europa un enorme numero di bambini e adolescenti rischia di diventare obeso.

Da un recente studio è emerso che in media il 15% dei bambini di 5 e 6 anni che frequentano le scuole materne di Polonia, Spagna, Bulgaria, Belgio, Germania, e Grecia, è in sovrappeso; in Spagna lo è il 24% , mentre in Germania solo il 10%.
Il 25% dei bimbi coinvolti nella ricerca ha la televisione in camera, e in Bulgaria arriva addirittura al 70% .

Le preferenze alimentari dei più giovani sono influenzate dalla pubblicità, e la televisione trasmette continuamente spot dei dannosi cibi spazzatura, approfittando della sedentarietà dei ragazzi e alimentandola.
Per questo motivo, numerosi paesi europei hanno deciso di correre ai ripari.
Il più restrittivo in tal senso è la Svezia nel quale dal 1991 il Radio and Television Act vieta la trasmissione di réclames dirette ai bambini inferiori di 12 anni.
In Francia la legge prescrive di trasmettere uno spot inerente alla salute pubblica per ogni spot di “junk food”.
In Ungheria, ogni azienda che produce alimenti contenenti elevate quantità di sale, zucchero e grasso viene pesantemente tassata.
In Gran Bretagna, il paese europeo con il maggior numero di canali televisivi dedicati ai ragazzi, l’Office of Communications ha messo al bando gli spot alimentari che sono indirizzati a loro.

In Italia, e in tanti altri Stati membri dell’Unione europea, non esistono specifiche norme al riguardo. Da tempo si sente però l’esigenza di una regolamentazione europea, come è stato confermato nella recente Conferenza Ministeriale Europea WHO sulla Nutrizione e le Malattie Non Trasmissibili, durante la quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la Commissione europea hanno ribadito l’importanza di creare una rete che coinvolga i governi, il settore pubblico e privato, le aziende e i consumatori, e che promuova la salute, una dieta sana, e l’attività fisica.

Gli spot di junk food spesso comunicano concetti “positivi”, quali benessere, genuinità, condivisione, e famiglia. L’azienda produttrice di una popolare bibita gassata, ad esempio, presenta lo zucchero in essa contenuto come una sostanza “sicura e nutriente” , e la crema alla nocciola più famosa al mondo ha puntato sulle confezioni “formato famiglia”, scegliendo come sua testimonial un’educatrice d’infanzia nota al grande pubblico.

Non è semplice boicottare le aziende scorrette, e dimostrare quanto il loro marketing sia dannoso per la salute delle persone; i consumatori devono quindi prestare attenzione ai cibi che acquistano. Come sostiene l’eurodeputato Tiziano Motti, è indispensabile che essi abbiano a loro disposizione tutte le informazioni su uno specifico prodotto. Motti promuove un’applicazione più rigida della Normativa europea relativa alle etichette alimentari, la quale, se venisse rispettata da tutte le aziende, permetterebbe ai cittadini di fare scelte alimentari più consapevoli.

Gli effetti neurologici delle pubblicità dei cibi spazzatura sono stati al centro di due studi dell’università di Yale, che hanno condotto a interessanti scoperte.
I ragazzi esaminati erano più stimolati dagli spot di alimenti e bevande piuttosto che di qualsiasi altro prodotto; tra di essi, però, quelli in sovrappeso si mostravano meno ricettivi, in quanto evidentemente assuefatti a quel tipo di messaggio.
Durante la visione degli spot, nei ragazzi si attivavano le aree cerebrali della “ricompensa”, e del “carving”, ovvero del desiderio compulsivo di assumere una sostanza.
Poiché i bambini sono più permeabili degli adolescenti ai messaggi pubblicitari, è necessario limitare il più possibile la loro esposizione ai pericoli del marketing mediatico alimentare.

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L’UE tutela i consumatori dagli inganni dei claims alimentari

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Negli ultimi tempi spopolano i prodotti “che fanno bene alla salute”. Essi sono principalmente di due tipi: i cibi “light”, che garantiscono un basso apporto calorico, e quelli “curativi”, come, ad esempio, gli alimenti che riducono il colesterolo, o che contengono specifiche vitamine e altri elementi utili al rafforzamento dell’organismo.
Le pubblicità di questi prodotti ingannano il consumatore, perché gli promettono dimagrimenti miracolosi e guarigioni lampo dai suoi disturbi di salute.

Per questo motivo, nel 2006, l’Unione europea ha istituito un regolamento al riguardo, che comprende anche un elenco dei “claims” consentiti, ovvero delle indicazioni e informazioni relative ad un prodotto. I claims nutrizionali permessi – che illustrano la composizione nutrizionale di un alimento – sono, ad esempio, le diciture “povero di grassi”, “senza zuccheri aggiunti”, e “ricco di fibre”. Per quanto concerne i claims salutistici – che indicano la relazione tra un cibo e un effetto fisiologico positivo sulla salute del consumatore – le aziende possono utilizzarli solo se presentano dossier scientifici accurati che ne attestino la validità. Oltre a sottolineare che le indicazioni alimentari debbano essere veritiere e basate su dati scientifici, il Regolamento prescrive che non incoraggino il consumo eccessivo di certi prodotti, e non instillino nelle persone il dubbio che il mancato uso di un determinato alimento possa compromettere la loro salute.

Poiché le norme appena citate hanno il pesante limite di permettere l’utilizzo di indicazioni differenti in base alla nazione di produzione, lo scorso anno, la Commissione europea ha ideato un nuovo regolamento, il cui obiettivo principale è quello di istituire un modello di riferimento per i claims dei cibi. Tutte le aziende europee di prodotti e integratori alimentari sono obbligate a rispettare questi parametri, garantendo così una maggiore tutela ai consumatori europei. Si tratta di un cambiamento importante, ma che deve andare di pari passo con un rafforzamento delle norme sulle etichette alimentari, le quali, come ha sottolineato in numerose occasioni l’eurodeputato di Reggio Emilia Tiziano Motti, sono spesso illeggibili e imprecise e non informano adeguatamente il consumatore. Per questo motivo, e per la scarsità di informazioni sull’importanza delle etichette, la maggior parte delle persone effettua i propri acquisti al supermercato basandosi su altri criteri, quali la convenienza, l’aspetto della confezione o il messaggio trasmesso dalla pubblicità di un prodotto.

Le strategie di marketing delle industrie alimentari, infatti, inducono le persone a credere di acquistare alimenti salutari, leggeri, che apportano benessere all’organismo, ma che in realtà contengono meno nutrienti degli altri cibi, e sono prodotti con ingredienti più economici e meno sani; si utilizza, ad esempio, la margarina al posto del burro, l’aspartame al posto dello zucchero e gli addensanti al posto del caglio .
Si può, inoltre, facilmente dimostrare l’inefficacia del presunto potere dimagrante di certi alimenti, osservando quello che accade negli USA: i prodotti light sono enormemente diffusi, in questi stati, ma c’è anche un’altissima percentuale di persone affette da obesità, compresi molti bambini.

Il nocciolo dei problemi alimentari è situato in profondità, e deriva dallo stile di vita veicolata dalla nostra società, nella quale il modello “fast-food” non riguarda solo l’alimentazione, ma l’intera quotidianità. È, quindi, molto facile lasciarsi sedurre e convincere dai messaggi pubblicitari, che promettono di raggiungere il peso-forma e un’ottima salute in breve tempo e senza sforzi.
La scelta, invece, di delegare la nostra salute ai prodotti dell’industria alimentare ci allontana, purtroppo, dal metodo più naturale, efficace e duraturo per mantenerci in perfetta salute, che consiste nel prestare attenzione alle nostre abitudini e nello sviluppare la consapevolezza riguardo all’alimentazione.


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Agricoltura biologica e biodinamica: cibi vitali e naturali

agricoltura bioL’Unione europea ha recentemente riaperto il dibattito sui prodotti biologici e biodinamici, sempre più diffusi in Europa, proponendo agli Stati membri una nuova regolamentazione al riguardo. Si tratta di norme che, da una parte, rendono più severi i criteri che definiscono “green” un’azienda – al fine di acquisire maggiore fiducia da parte dei consumatori – e dall’altra, mirano a potenziare il biologico, incentivando le aziende “virtuose” .
L’Italia è al secondo posto nella produzione di alimenti bio in Europa, ma il loro consumo è nettamente inferiore a quello di altri cibi. Questo è dovuto, principalmente, alla scarsa informazione sui vantaggi di un’alimentazione più sana e naturale.

L’eurodeputato Tiziano Motti promuove, invece, la divulgazione delle informazioni sugli alimenti, che permetterebbero ai consumatori di scegliere con maggiore consapevolezza quello che mangiano. Motti è, inoltre, a favore di una rapida attuazione dei regolamenti promossi dall’Unione europea, in particolar modo quelli sulla trasparenza delle etichette alimentari, che garantirebbero ai cittadini la qualità bio del cibo acquistato.
Nel caos di etichette e certificazioni che identificano questo tipo di alimenti, si incontrano spesso i simboli dell’agricoltura biologica e di quella biodinamica, che si fondano sullo stesso principio. “Bios” significa “vita”, e questo indica, implicitamente, che biologico e biodinamico operano entrambi per proteggerla, sia essa intesa come vitalità e freschezza di un alimento, che come maggiore attenzione alla salute di chi lo mangia.
La differenza più rilevante tra le due consiste nel fatto che l’agricoltura biodinamica è più “ortodossa” per quanto concerne il metodo colturale.

L’agricoltura biodinamica nasce intorno al 1920, ad opera di Rudolf Steiner, che insegnò ad alcuni contadini, preoccupati dal crescente uso di sostanze chimiche in agricoltura, un metodo coltivativo atto a rendere più naturale la qualità dei loro prodotti.
Si tratta di procedimenti agricoli molto complessi, che implicano la rotazione delle colture, il rispetto del calendario lunare e planetario per la semina e la raccolta, e che fertilizzano il terreno con preparati biodinamici e concime organico, ricavato dagli animali da allevamento.
Pochi anni dopo la nascita del biodinamico, venne ideato il marchio Demeter, chiamato così in onore di Demetra, la dea della fertilità e della terra. Il simbolo si trova oggi nelle etichette di molti alimenti biodinamici, al fine di garantirne la qualità e di preservare la purezza della metodologia agricola steineriana.

L’agricoltura biologica si sviluppa più tardi, ovvero a partire dagli anni ’70/’80, sulla scia del trend di maggiore sostenibilità promosso dai paesi del nord Europa.
Il biologico persegue l’ideale di genuinità e di armonia con la natura dell’agricoltura biodinamica – dalla quale deriva – rivisitandolo in chiave moderna. Si propone, infatti, come alternativa alla diffusione delle colture che utilizzano prodotti chimici, degli OGM e delle monoculture, che impoveriscono il terreno.
La filosofia green del biologico e del biodinamico promuove la biodiversità, la quale, da sola, è  in grado di mantenere l’ecosistema in perfetto equilibrio. Gli elementi organici e minerali del terreno, i vegetali, e gli animali coinvolti nei processi agricoli operano insieme, seguendo tacite regole inscritte nella natura. Se l’azione dell’uomo non si inserisce armonicamente in questo contesto, ma, al contrario, lo altera, sfruttando eccessivamente il terreno ed avvelenandolo, l’equilibro ecosistemico si spezza, e ne risente la qualità dei prodotti agricoli.
Il consumatore che acquisterà prodotti biologici e biodinamici potrà verificare, con tutti e cinque i sensi, quale sia la vitalità di questi alimenti rispetto agli altri, e i vantaggi che essi apportano all’organismo.


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Lo zucchero nascosto nelle etichette alimentari

zuccheroLo zucchero è una delle sostanze più utilizzate nei cibi industriali. Se le etichette alimentari fossero più chiare e leggibili, i consumatori potrebbero verificare con i loro occhi la veridicità di questa informazione, ma purtroppo non è così.
Numerose aziende  produttrici nascondono la reale percentuale di zucchero contenuta negli alimenti, utilizzando strategie di marketing ben collaudate, e approfittando della generale disinformazione e inconsapevolezza alimentare. Molte persone, infatti, non sanno con esattezza come venga ottenuto lo zucchero contenuto negli alimenti, e quali effetti ne provochi l’assunzione, ma ne conoscono soltanto il potere dolcificante.
Le industrie alimentari utilizzano diversi tipi di zuccheri: bianco, di canna, fruttosio, glucosio, aspartame, xilitolo, il miele, stevia, melassa, ecc., ma il più usato è quello raffinato, che, tra l’altro, è anche il più conosciuto. Apprendere come si ottiene e quali siano le caratteristiche nutrizionali di questa sostanza è, dunque, fondamentale.

Lo zucchero bianco è il prodotto di un elaborato processo di raffinazione della canna o della barbabietola da zucchero, che gli toglie progressivamente le sostanze nutritive; nello stesso processo, al prodotto vengono inoltre aggiunte sostanze dannose per l’organismo, come il bario, l’anidride carbonica e l’anidride solforosa, quest’ultima utilizzata al solo scopo di fargli assumere il caratteristico colore bianco.
Durante la lavorazione, lo zucchero perde i nutrienti essenziali, in particolare il calcio; per questo motivo, cercherà di sottrarlo dal corpo, indebolendo, oltre ai denti e alle ossa, l’intero organismo, dato che questo elemento è responsabile del buon funzionamento del sistema immunitario. E’ proprio per questo motivo, oltre che per il suo alto apporto calorico e per i suoi effetti negativi sul tasso glicemico, che molti produttori cercano di mascherare la  presenza dello zucchero negli alimenti.

Durante una puntata delle trasmissione Vivere Meglio, l’eurodeputato Tiziano Motti è stato interpellato da uno spettatore che aveva notato alcune ambiguità nell’etichetta di un alimento. Motti ha spiegato che, alcune aziende, per occultare la quantità di zucchero presente in un alimento, ricorrono all’escamotage di elencare gli zuccheri singolarmente – ad esempio: saccarosio, glucosio, fruttosio – per non rivelarne la percentuale complessiva contenuta.
C’è dunque da chiedersi come ci si possa tutelare dagli inganni delle industrie alimentari.
Il primo strumento di difesa, che lo stesso onorevole del PPE ha sempre messo al primo posto nella sua attività politica e sociale, è l’informazione; per Motti uno dei diritti più importanti dei cittadini è poter conoscere e scegliere ciò che si mangia.
Un secondo passo verso la consapevolezza alimentare è, inoltre, quello di osservare con attenzione le etichette dei cibi, e di riflettere sui messaggi veicolati dalle pubblicità.

E’ di pochi mesi fa il caso di una famosa azienda produttrice di marmellate, che è stata multata per aver divulgato pubblicità ingannevole e informazioni non veritiere sulle etichette dei propri prodotti. Per quanto l’azienda in questione possa essere  considerata“virtuosa” proprio per il fatto di non utilizzare zucchero bianco, coloranti, additivi e altre sostanze dannose per l’organismo, a onor del vero bisogna dire che non è stata fino in fondo trasparente nei confronti dei consumatori; le etichette dei prodotti in questione, che riportavano la dicitura “senza zuccheri aggiunti”,  inducevano infatti  le persone a credere che i prodotti fossero dietetici o adatti ai diabetici, anche se non era così.
Secondo il Regolamento (CE) n. 1924/2006  del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, se un alimento contiene in natura zuccheri (come quelli della frutta), nella sua etichetta dovrebbe figurare la dicitura “contiene in natura zuccheri” , prescrizione che l’azienda non ha rispettato.
Il caso delle marmellate senza zuccheri aggiunti mostra quanto sia importante il potere dei messaggi trasmessi al consumatore, e lo invita, ancora una volta, a tenere gli occhi aperti.


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L’alimentazione vista dai bambini

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Se potessero scegliere, cosa mangerebbero i bambini? Un’indagine alimentare condotta dalla Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), ha provato a rispondere a questa domanda.
I genitori sono generalmente molto attenti a ciò che mangiano i propri figli, e, se in età prescolare, spesso danno loro più cibo del necessario. L’indagine della SIPPS ha cercato di mettere in evidenza un aspetto molto interessante di queste dinamiche, da molti sottovalutato. I bambini, anche se molto piccoli, capiscono intuitivamente quali siano gli alimenti che vorrebbero mangiare; nelle scelte alimentari che li riguardano, dunque, gli adulti dovrebbero ascoltare anche i loro desideri.

Dalle risposte del questionario cui sono stati sottoposti, emerge che i bimbi non vogliono abbuffarsi solo di dolci, fritti e bevande gassate, ma hanno anche una forte curiosità verso i cibi nuovi, che sperimentano volentieri.
La “diseducazione alimentare” invece, aumenta con l’età: i bambini, crescendo, tendono ad assumere le scorrette abitudini dei genitori e a diventare sempre più sedentari, mettendo così a rischio la propria salute.

Che cosa pensano i bambini del cibo? Secondo uno studio italiano mangerebbero meglio e forse sarebbero un po’ più magri

Se dipendesse davvero da loro, i bambini mangerebbero meglio di quanto fanno. E, forse, sarebbero anche un po’ più magri e in forma. L’indicazione emerge da un’indagine che la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) ha condotto su 800 piccoli fra i 3 e i 9 anni, con un questionario che mirava a valutare la loro idea del cibo e del mangiare.

Lo studio è stato condotto in Puglia, «perché in questa regione la prevalenza dell’obesità e del sovrappeso in età infantile raggiunge il 40 %, contro una media italiana del 33 % circa» spiega Piercarlo Salari, pediatra milanese e responsabile scientifico del progetto. «L’obiettivo era capire come possiamo impostare una campagna per una corretta alimentazione, basata sulla percezione reale che i diretti interessati hanno dell’argomento, e non su sensazioni provenienti dal mondo degli adulti, che possono essere sbagliate».

L’analisi delle risposte mostra che gli adulti sbagliano abbastanza di frequente. «Abbiamo notato che, a differenza di quanto di solito riferiscono i genitori, i bambini non hanno una vera preferenza per dolci, ma considerano altrettanto buoni i cibi salati» dice Salari. «Inoltre, non è affatto vero che non amano la varietà». Già a 3-4 anni, il 62 per cento era disposto ad assaggiare pietanze nuove e mai viste, e questa attitudine si mantiene pressoché costante anche fra i più grandicelli. «Il problema, spesso, è che sono i genitori a proporre menù poco vari, magari per comodità o per seguire i propri gusti, e non quelli dei figli» dice l’esperto.

Ma l’indagine contiene anche qualche conferma, come la teoria secondo cui aumentando gli anni bambini elaborano un’idea sempre più complessa del cibo. «Fra i 3 e i 4 anni di solito associano il concetto del mangiare a un certo piatto; più tardi prevale l’idea dei sapori» prosegue il pediatra. Un’altra differenza sostanziale fra le età considerate è che i più piccoli associano la parola dieta all’idea della crescita, mentre a partire dall’età scolare lo stesso termine richiama alla mente un sacrificio. «Questo riflette senz’altro le preoccupazioni dei genitori, che nei primi anni di vita del figlio sono di solito troppo orientati a nutrirlo affinché aumenti di peso, poi invece sono preoccupati per l’eccesso di peso» dice l’esperto.

Lo studio ha preso in esame anche alcuni stili di vita che favoriscono l’obesità infantile. «L’abitudine a guardare la televisione a tavola è piuttosto comune (lo fa il 53-58 per cento dei bambini), tuttavia, anche in questo caso, spesso non sono i figli a volerla tenere accesa, ma gli adulti» prosegue il pediatra. Si riscontra infine la tendenza, rilevata anche da studi precedenti, della progressiva riduzione delle ore dedicate all’attività fisica con il progredire dell’età.
«Lo studio andrà approfondito con nuovi dati – conclude Salari – e solo in seguito potremo usare i risultati per predisporre iniziative indirizzate ad una corretta alimentazione nell’infanzia». Di certo, però, l’obiettivo di tali campagne non saranno solo i bambini, ma anche i genitori.

L’obiettivo della ricerca del SIPPS, che consiste nel promuovere una nuova educazione alimentare, è in linea con quelli di Tiziano Motti, il quale svolge da tempo un’intensa attività di informazione sui cibi che i cittadini acquistano e mangiano. 

Tramite la Fondazione Tiziano Motti e la collaborazione con la Fondazione UmbertoVeronesi e Telefono Azzurro, l’eurodeputato è impegnato in numerose iniziative volte alla tutela dei minori, ai quali dovrebbe essere sempre garantito il diritto ad un’alimentazione corretta e ad una vita sana.