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alimentazione made in italy

Contraffazione alimentare, uno schiaffo al Made in Italy

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La contraffazione alimentare è un fenomeno molto diffuso in Europa e nel resto del mondo, che colpisce l’Italia al cuore perché danneggia le sue tradizioni alimentari.
Per “contraffazione” si intende la sostituzione di un cibo con un altro di simili proprietà organolettiche ma di qualità nettamente inferiore.
Le attuali frodi alimentari sono spesso collegate al cosiddetto “italian sounding”, che consiste nell’assegnare ad un prodotto contraffatto un nome simile a quello di un cibo tipico della tradizione italiana, come ad esempio: Bolognese, Salam, Milaneza, Macaroni, Olio Pompeian, Palenta, pomodori di collina. Questi nomi suonano ridicoli alle orecchie di un italiano, il quale si accorgerebbe immediatamente che si tratta di falsi, ma i dati sulle vendite dimostrano che i consumatori stranieri li acquistano volentieri, abboccando all’amo. L’agropirateria è uno schiaffo al Made in Italy, al quale le associazioni dei produttori e dei consumatori hanno reagito aumentando la sicurezza e la qualità degli alimenti nostrani.

Il tema delle frodi alimentari è molto importante anche per l’onorevole Tiziano Motti, che è membro del IMCO, la Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori che ha recentemente votato a favore dell’indicazione di provenienza nelle etichette dei prodotti manifatturieri. L’eurodeputato di Reggio Emilia conduce da tempo una battaglia per la diffusione dei diritti dell’alimentazione, ed ha verificato personalmente la presenza di vini contraffatti in Gran Bretagna. La denominazione “vini” è in realtà inappropriata, in quanto si tratta di bustine contenenti polverine solubili dalle quali si ottengono sostanze liquide colorate dai nomi grotteschi, quali “Chionti”, Barolla, Belpolicella, Montecino.
Ma come è possibile che, nonostante la rigidità delle norme europee sulla denominazione di origine e l’indicazione geografica, siano in vendita i falsi vini? Questo avviene perché viene adottato l’escamotage di usare nomi simili, ma differenti, a quelli originali, un espediente al quale l’UE non ha ancora trovato un’efficace soluzione.

Tra le punte di diamante italiane più imitate ci sono anche i formaggi, in particolare il Parmigiano Reggiano, che è stato riprodotto come Parmesan cheese e Parmesao.
Poco tempo fa è stato scoperto un preoccupante atto di agropirateria ad opera di Stati Uniti, Australia e addirittura dell’europea Gran Bretagna: un kit per produrre in casa propria il parmigiano, la mozzarella e altri formaggi tipici. Il kit danneggia pesantemente l’immagine del Made in Italy, le aziende produttrici, e soprattutto i casari italiani, il cui lavoro è un’arte che si tramanda da generazioni.

Il nostro paese è noto anche per la pasta, che viene esportata in grandissime quantità. Durante la recente “Giornata Mondiale”di questo alimento, la Coldiretti ha presentato i dati dell’esportazione del 2013, pari a circa 2 miliardi di chili di pasta, con un aumento della domanda del 6% rispetto al 2012. Esso è dovuto soprattutto all’intraprendenza delle aziende del progetto Fai, Firmato dagli Agricoltori Italiani, che esportano un prodotto ottenuto al 100% da grano duro italiano. Questa varietà ha un’alta resa produttiva spontanea, una qualità superiore rispetto ad altre più comuni, e un elevato contenuto proteico; il grano italiano si differenzia dalle diffusissime varietà OGM dello stesso cereale che sono sterili ed hanno un basso valore nutrizionale, e sono inoltre parzialmente responsabili della tossicità al glutine, ovvero della celiachia.
L’innovazione rischia però di essere frenata dalla crisi: il grano viene infatti sottopagato agli agricoltori, i quali spesso non riescono a coprire nemmeno i costi di produzione. La situazione è agevolata dalla mancanza di trasparenza nelle etichette, nelle quali non è obbligatorio indicare da dove proviene il cereale, ed è quindi possibile la contraffazione alimentare.

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