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Spreco alimentare: anche l’ambiente finisce nella spazzatura

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Il recente rapporto del WWF sugli sprechi alimentari ha un nome molto esaustivo, “Quanta natura sprechiamo”, che si riferisce all’enorme sperpero di risorse dovuto al nostro attuale modello alimentare non sostenibile.
Quando gettiamo del cibo nella spazzatura, infatti, oltre a sprecare denaro, consumiamo e inquiniamo acqua, aria, e suolo.
Ogni anno ciascun italiano sperpera 316 euro di cibo; il nostro paese consuma 1226 milioni di litri d’acqua a vuoto, e produce 24,5 milioni di tonnellate di CO2.

Qual è il motivo di tali cifre? In primo luogo il processo industriale; le industrie alimentari emettono tonnellate di CO2 nell’aria, ed enormi quantità di veleni che si propagano nell’ambiente. I dati sul sovrautilizzo di acqua sono particolarmente inquietanti; essa non è adottata solo nell’agricoltura, ma anche negli allevanti intensivi, che ne fanno un uso sproporzionato: basti pensare che per produrre una bistecca di manzo da 1 kg occorrono circa 15000 litri.

Lo spreco alimentare è inoltre una conseguenza delle “cattive” abitudini delle persone, che sono a loro volta frutto di obsoleti retaggi culturali, della disinformazione e dell’assenza di informazione. Molti credono che buttare il cibo nella spazzatura sia sbagliato perché “non si butta via niente” . Questo non avviene per un’“etica ecologica”, bensì per l’atavica paura di perdere qualcosa; in Italia questo attaccamento deriva anche dalla scarsità di cibo che c’è stata durante l’ultima guerra mondiale, la quale spingeva le persone a fare “provviste” .
A tutto ciò si aggiunge la scarsa consapevolezza del processo nutritivo; la vita “comoda”, nella quale abbiamo tutto immediatamente a disposizione, non ci spinge a chiederci come abbia fatto un cibo ad arrivare nel nostro piatto, e perché lo abbiamo scelto.

Secondo il WWF, per superare questa allarmante condizione, occorre un nuovo modello alimentare, più sostenibile e consapevole; dobbiamo modificare radicalmente la nostra vita, fino al punto di influenzare l’intero processo produttivo, dall’azienda al consumatore.

Il problema degli sprechi alimentari è un tema caro anche all’onorevole Tiziano Motti.
L’eurodeputato ha proposto al Parlamento di mettere in atto dei provvedimenti tali da modificare le abitudini non sostenibili dei consumatori. Per ridurre lo spreco di cibo, Motti promuove il sistema della doppia etichettatura; gli alimenti confezionati possono infatti essere mangiati anche successivamente alla loro data di scadenza, e questa informazione dovrebbe essere segnalata sulle loro etichette.

Negli ultimi tempi, complice la crisi economica, le persone stanno più attente alla loro spesa, e tendono ad acquistare di meno, eliminando il superfluo. C’è però ancora molta strada da fare.
Alcuni paesi europei stanno portando avanti progetti eco-compatibili, che sono animati dagli stessi principi, quali la riduzione della quantità di cibo, il miglioramento della sua qualità o di quella della vita, e la condivisione.
È il caso dell’olandese Park Supermarket, che mette al centro della produzione alimentare quello che finora è stato l’ultimo anello della catena, ovvero il consumatore.
In Germania esiste una piattaforma virtuale tramite la quale si può mettere a disposizione il proprio cibo in scadenza.

In Italia i cosiddetti “orti urbani”, oltre a promuovere interazioni costruttive tra le persone e una maggiore consapevolezza degli spazi pubblici, puntano anche al miglioramento della qualità dell’alimentazione, veicolando l’etica biologica e biodinamica. La frutta e la verdura coltivate in questo modo sono molto più sane, gustose, e, soprattutto, ricche di nutrienti rispetto a quelle irrorate di sostanze chimiche o che crescono in ambienti artificiali; questo fa sì che l’organismo ne richieda quantità minori rispetto al solito.

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