diritti alimentazione

Blog di Tiziano Motti: Una Vita più Sana


Lascia un commento

Agricoltura biologica e biodinamica: cibi vitali e naturali

agricoltura bioL’Unione europea ha recentemente riaperto il dibattito sui prodotti biologici e biodinamici, sempre più diffusi in Europa, proponendo agli Stati membri una nuova regolamentazione al riguardo. Si tratta di norme che, da una parte, rendono più severi i criteri che definiscono “green” un’azienda – al fine di acquisire maggiore fiducia da parte dei consumatori – e dall’altra, mirano a potenziare il biologico, incentivando le aziende “virtuose” .
L’Italia è al secondo posto nella produzione di alimenti bio in Europa, ma il loro consumo è nettamente inferiore a quello di altri cibi. Questo è dovuto, principalmente, alla scarsa informazione sui vantaggi di un’alimentazione più sana e naturale.

L’eurodeputato Tiziano Motti promuove, invece, la divulgazione delle informazioni sugli alimenti, che permetterebbero ai consumatori di scegliere con maggiore consapevolezza quello che mangiano. Motti è, inoltre, a favore di una rapida attuazione dei regolamenti promossi dall’Unione europea, in particolar modo quelli sulla trasparenza delle etichette alimentari, che garantirebbero ai cittadini la qualità bio del cibo acquistato.
Nel caos di etichette e certificazioni che identificano questo tipo di alimenti, si incontrano spesso i simboli dell’agricoltura biologica e di quella biodinamica, che si fondano sullo stesso principio. “Bios” significa “vita”, e questo indica, implicitamente, che biologico e biodinamico operano entrambi per proteggerla, sia essa intesa come vitalità e freschezza di un alimento, che come maggiore attenzione alla salute di chi lo mangia.
La differenza più rilevante tra le due consiste nel fatto che l’agricoltura biodinamica è più “ortodossa” per quanto concerne il metodo colturale.

L’agricoltura biodinamica nasce intorno al 1920, ad opera di Rudolf Steiner, che insegnò ad alcuni contadini, preoccupati dal crescente uso di sostanze chimiche in agricoltura, un metodo coltivativo atto a rendere più naturale la qualità dei loro prodotti.
Si tratta di procedimenti agricoli molto complessi, che implicano la rotazione delle colture, il rispetto del calendario lunare e planetario per la semina e la raccolta, e che fertilizzano il terreno con preparati biodinamici e concime organico, ricavato dagli animali da allevamento.
Pochi anni dopo la nascita del biodinamico, venne ideato il marchio Demeter, chiamato così in onore di Demetra, la dea della fertilità e della terra. Il simbolo si trova oggi nelle etichette di molti alimenti biodinamici, al fine di garantirne la qualità e di preservare la purezza della metodologia agricola steineriana.

L’agricoltura biologica si sviluppa più tardi, ovvero a partire dagli anni ’70/’80, sulla scia del trend di maggiore sostenibilità promosso dai paesi del nord Europa.
Il biologico persegue l’ideale di genuinità e di armonia con la natura dell’agricoltura biodinamica – dalla quale deriva – rivisitandolo in chiave moderna. Si propone, infatti, come alternativa alla diffusione delle colture che utilizzano prodotti chimici, degli OGM e delle monoculture, che impoveriscono il terreno.
La filosofia green del biologico e del biodinamico promuove la biodiversità, la quale, da sola, è  in grado di mantenere l’ecosistema in perfetto equilibrio. Gli elementi organici e minerali del terreno, i vegetali, e gli animali coinvolti nei processi agricoli operano insieme, seguendo tacite regole inscritte nella natura. Se l’azione dell’uomo non si inserisce armonicamente in questo contesto, ma, al contrario, lo altera, sfruttando eccessivamente il terreno ed avvelenandolo, l’equilibro ecosistemico si spezza, e ne risente la qualità dei prodotti agricoli.
Il consumatore che acquisterà prodotti biologici e biodinamici potrà verificare, con tutti e cinque i sensi, quale sia la vitalità di questi alimenti rispetto agli altri, e i vantaggi che essi apportano all’organismo.


Lascia un commento

L’indice glicemico e il carico glicemico: due criteri per un’alimentazione più consapevole

**Anguria o banana? Il nuovo criterio per sapere cosa scegliere a tavola**

Il 7 giugno, a Stresa, si è svolto un convegno organizzato da NFI (Nutrition Foundation of Italy) e Oldways USA, a seguito del quale, un Comitato internazionale di esperti nel campo della nutrizione, ha redatto un documento relativo all’importanza dell’indice glicemico (IG) e del carico glicemico (CG). Questi due parametri sono fondamentali, al fine di stabilire la qualità e la quantità dei carboidrati da introdurre in una dieta sana ed equilibrata.
L’indice glicemico, ad esempio, rappresenta, attualmente, un criterio molto efficace per classificare gli alimenti, anche perché

la vecchia classificazione dei carboidrati (i “responsabili” degli aumenti della glicemia) in carboidrati semplici (gli zuccheri) e complessi (gli amidi) si è rivelata inadeguata. Infatti, contrariamente a quanto si credeva, non tutti i cibi contenenti zuccheri comportano rapidi picchi della glicemia, e non tutti gli alimenti contenenti amidi si comportano in modo opposto, più salutare.

La novità più interessante è, però, il carico glicemico, parametro che si calcola moltiplicando l’IG per la quantità di carboidrati presenti in una porzione di un dato alimento; il CG è molto utile, in quanto consente di monitorare l’impatto glicemico di tutti i cibi, compresi quelli ad alto IG, che possono, dunque, essere mangiati,ma nelle quantità indicate nella tabelle del CG. Il carico glicemico

permette di non escludere dalla dieta alimenti come il pane, il riso, le patate, che verrebbero fortemente penalizzati valutandoli solo sulla base dell’Indice Glicemico

Il documento stilato a Stresa dai nutrizionisti evidenzia, inoltre, l’importanza dei due indici per quanto concerne la riduzione del rischio di diabete di tipo 2-ad esempio nei soggetti obesi- e quello di malattie coronariche; la conoscenza dell’IG e CG potrebbe, infatti, aiutare le persone ad avere maggiore consapevolezza degli alimenti di cui si nutrono.
I risultati più rilevanti sono stati ottenuti nell’applicazione dei due criteri sulla dieta delle persone già affette da diabete; come sostiene il professor Gabriele Riccardi, dell’Università Federico II di Napoli, se a queste persone

si raccomanda di preferire alimenti a basso Indice Glicemico e di calibrare le porzioni sulla base del Carico Glicemico, si ottiene non solo un significativo calo della glicemia dopo il pasto, ma anche una riduzione del rischio di ipoglicemia (grazie a un assorbimento più lento e prolungato del glucosio), evitando così quelle oscillazioni glicemiche spesso difficili da gestire anche con i farmaci.

Gli esperti del Comitato hanno proposto, inoltre, di inserire l’indice e il carico glicemico nelle tabelle delle etichette alimentari. Per quanto concerne l’attuazione di questa proposta, i nutrizionisti di tutto il mondo sono divisi: molti di essi sono a favore, in quanto, secondo loro, l’inserimento di IG e CG nelle etichette sarebbe un’informazione utile alle persone, mentre altri sono contro; il motivo principale dell’opposizione, è da ricercarsi nell’eccessiva complessità degli indici, i quali, secondo alcuni nutrizionisti, non fornirebbero al consumatore valori stabili e oggettivi, ma, piuttosto, variabili e soggettivi, come nel caso delle banane

consultando le tabelle reperibili sul sito http://www.glycemicindex.com dell’Università di Sydney, si vede che per la sola banana vengono riportati ben 11 valori diversi di Indice Glicemico: si va da 30 a 70, a seconda del grado di maturità (IG 30 per la banana acerba, 48 per quella molto matura), della metodologia e della località in cui è stata fatta la valutazione.

A ben guardare, però, entrambe le posizioni sono troppo estreme: come avviene in molti casi, la virtù sta nel mezzo. Per il consumatore, la presenza degli indici nelle etichette degli alimenti è sicuramente importante, ed è un tassello in più verso la sua ricerca di un maggiore benessere psico-fisico. Come sostiene l’eurodeputato Tiziano Motti, infatti, tra i più importanti diritti dei cittadini, c’è quello di conoscere adeguatamente le informazioni sui prodotti che si mangiano, le quali devono essere scritte in modo chiaro e leggibile sulle loro etichette.
Ma, sebbene il fatto che le persone possano leggere gli IG e i CG degli alimenti, le aiuti nelle loro scelte alimentari, questo non significa che esse automaticamente acquisiscano completa consapevolezza nei confronti del cibo: si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente. L’abitudine a nutrirsi in modo sano e naturale si sviluppa, soprattutto, sperimentando direttamente gli effetti degli alimenti sul proprio organismo.

Il Corriere della Sera, 1 luglio 2013


Lascia un commento

Lo zucchero nascosto nelle etichette alimentari

zuccheroLo zucchero è una delle sostanze più utilizzate nei cibi industriali. Se le etichette alimentari fossero più chiare e leggibili, i consumatori potrebbero verificare con i loro occhi la veridicità di questa informazione, ma purtroppo non è così.
Numerose aziende  produttrici nascondono la reale percentuale di zucchero contenuta negli alimenti, utilizzando strategie di marketing ben collaudate, e approfittando della generale disinformazione e inconsapevolezza alimentare. Molte persone, infatti, non sanno con esattezza come venga ottenuto lo zucchero contenuto negli alimenti, e quali effetti ne provochi l’assunzione, ma ne conoscono soltanto il potere dolcificante.
Le industrie alimentari utilizzano diversi tipi di zuccheri: bianco, di canna, fruttosio, glucosio, aspartame, xilitolo, il miele, stevia, melassa, ecc., ma il più usato è quello raffinato, che, tra l’altro, è anche il più conosciuto. Apprendere come si ottiene e quali siano le caratteristiche nutrizionali di questa sostanza è, dunque, fondamentale.

Lo zucchero bianco è il prodotto di un elaborato processo di raffinazione della canna o della barbabietola da zucchero, che gli toglie progressivamente le sostanze nutritive; nello stesso processo, al prodotto vengono inoltre aggiunte sostanze dannose per l’organismo, come il bario, l’anidride carbonica e l’anidride solforosa, quest’ultima utilizzata al solo scopo di fargli assumere il caratteristico colore bianco.
Durante la lavorazione, lo zucchero perde i nutrienti essenziali, in particolare il calcio; per questo motivo, cercherà di sottrarlo dal corpo, indebolendo, oltre ai denti e alle ossa, l’intero organismo, dato che questo elemento è responsabile del buon funzionamento del sistema immunitario. E’ proprio per questo motivo, oltre che per il suo alto apporto calorico e per i suoi effetti negativi sul tasso glicemico, che molti produttori cercano di mascherare la  presenza dello zucchero negli alimenti.

Durante una puntata delle trasmissione Vivere Meglio, l’eurodeputato Tiziano Motti è stato interpellato da uno spettatore che aveva notato alcune ambiguità nell’etichetta di un alimento. Motti ha spiegato che, alcune aziende, per occultare la quantità di zucchero presente in un alimento, ricorrono all’escamotage di elencare gli zuccheri singolarmente – ad esempio: saccarosio, glucosio, fruttosio – per non rivelarne la percentuale complessiva contenuta.
C’è dunque da chiedersi come ci si possa tutelare dagli inganni delle industrie alimentari.
Il primo strumento di difesa, che lo stesso onorevole del PPE ha sempre messo al primo posto nella sua attività politica e sociale, è l’informazione; per Motti uno dei diritti più importanti dei cittadini è poter conoscere e scegliere ciò che si mangia.
Un secondo passo verso la consapevolezza alimentare è, inoltre, quello di osservare con attenzione le etichette dei cibi, e di riflettere sui messaggi veicolati dalle pubblicità.

E’ di pochi mesi fa il caso di una famosa azienda produttrice di marmellate, che è stata multata per aver divulgato pubblicità ingannevole e informazioni non veritiere sulle etichette dei propri prodotti. Per quanto l’azienda in questione possa essere  considerata“virtuosa” proprio per il fatto di non utilizzare zucchero bianco, coloranti, additivi e altre sostanze dannose per l’organismo, a onor del vero bisogna dire che non è stata fino in fondo trasparente nei confronti dei consumatori; le etichette dei prodotti in questione, che riportavano la dicitura “senza zuccheri aggiunti”,  inducevano infatti  le persone a credere che i prodotti fossero dietetici o adatti ai diabetici, anche se non era così.
Secondo il Regolamento (CE) n. 1924/2006  del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, se un alimento contiene in natura zuccheri (come quelli della frutta), nella sua etichetta dovrebbe figurare la dicitura “contiene in natura zuccheri” , prescrizione che l’azienda non ha rispettato.
Il caso delle marmellate senza zuccheri aggiunti mostra quanto sia importante il potere dei messaggi trasmessi al consumatore, e lo invita, ancora una volta, a tenere gli occhi aperti.